Sguardi di Italia: cent’anni di Monicelli

“Posso capire il suo gesto. Era una persona che non poteva tollerare l’idea di dover dipendere da qualcuno”. Così ammetteva tristemente Dino de Laurentiis il 29 Novembre del 2010, in seguito alla morte di Mario Monicelli il quale, ridotto alla cecità e gravato da un cancro alla prostata in fase terminale, decise di lanciarsi dal quinto piano del reparto di urologia dell’Ospedale San Giovanni di Roma, ultimo atto di libertà di un artista legato in modo indissolubile a quella fabbrica di sogni che è il cinema. Proprio quest’anno ricorre il centesimo anniversario della sua nascita.

Con quasi sessant’anni di carriera sulle spalle da Al diavolo la celebrità (1949) a Le rose nel deserto (2006) e più di quaranta film all’attivo, il regista fiorentino si configura ad oggi come una delle personalità più prolifiche della storia del cinema italiano, capace di regalare alla nostra penisola e al mondo intero pellicole straordinarie, cariche di ironia ma tese sempre verso un sorriso amaro, consapevole delle brutture del mondo.

Dopo una prima fase legata alla comicità irresistibile di Antonio de Curtis, alias Totò, Mario Monicelli diventa il maggiore rappresentante di quella tendenza cinematografica propria del nostro paese che è tradizionalmente denominata commedia all’italiana. Un genere che sorge intorno agli anni ’60, distaccandosi dai toni leggeri della commedia classica e riallacciandosi al neorealismo del dopoguerra e alla sua esigenza di contatto diretto con la realtà.

La commedia all’italiana deriva direttamente dal boom economico che a cavallo tra anni ’50 e anni ’60 trasforma l’Italietta agricola in una florida potenza industriale: essa si propone di indagare le

contraddizioni di quella trasformazione, di analizzare il cambiamento di mentalità e mostrare il lato

oscuro della medaglia delle conquiste sociali, dell’emancipazione femminile e della liberalizzazione del costume sessuale.

In questo senso, Monicelli diventa l’interprete più valido e lungimirante del genere, realizzando film capaci di incarnare lo spirito nazional-popolare e l’italianità, attraverso i volti di attori e attrici

amatissimi dal pubblico -da Alberto Sordi a Vittorio Gassman, da Marcello Mastroianni a Ugo

Tognazzi, da Ornella Muti a Monica Vitti- in un itinerario che percorre geograficamente tutti i luoghi della nostra penisola e temporalmente i suoi momenti storici più importanti, compresi il Medioevo e la Prima Guerra Mondiale.

Tutti i film del regista fiorentino sommano all’ambientazione quasi sempre borghese una forte satira di costume, stemperando i contenuti comici con una lieve amarezza di fondo. Non si ride mai del tutto con i capolavori di Monicelli: il riso è sempre accompagnato dal dolore e dalla riflessione.

Così accade ne La grande guerra (1959), in cui i due indimenticabili scansafatiche interpretati da

Albertone e Vittorio Gassman, rispettivamente il romano Jacovacci e il milanese Busacca, riescono a portare una ventata di gioia e di luce nell’inferno senza senso della guerra, prima di diventare, di quella stessa guerra, i martiri codardi ma orgogliosi. Allo stesso modo in Un borghese piccolo piccolo (1979), da molti considerato il canto del cigno della commedia all’italiana, ancora il grandissimo Albertone nei panni di un dipendente del Ministero sulla via della pensione, vive sulla propria pelle il dolore insanabile della perdita di un figlio. Sempre Sordi si fa protagonista per Monicelli nell’affresco storico della Roma Papalina de Il marchese del Grillo (1981), uno dei film

più amati dal pubblico italiano, concentrato sulle beffe e le imprese scherzose del semi-leggendario nobile ottocentesco e del suo -sfortunato- sosia.

E sempre alla storia italiana, Monicelli s’ispira per L’armata Brancaleone che racconta il divertente viaggio di uno sgangherato gruppo di “prodi” medievali sbadati e sfortunati, guidati da Brancaleone da Norcia (Gassman). Un viaggio colmo di gag comiche ma anche di momenti dolorosi, che porta in seno il tema tipicamente monicelliano del gruppo di simpatici perdenti. Tema, questo, rintracciabile anche ne I soliti ignoti (1958), primo capolavoro assoluto del regista fiorentino, incentrato sul tentativo di rapina messo in atto da un gruppo di ingenui malviventi (Totò, Mastroianni, Salvatori, Gassman) che finisce con un’imprevista cena a base di pasta e fagioli, come soprattutto nei due atti di Amici miei (1975-1982), film progettato da Pietro Germi ma realizzato, vista la morte di questo, da Monicelli. Il dittico di Amici miei in effetti annuncia la grande maturità artistica del regista fiorentino, che porta al massimo livello il suo ideale di commedia amara attraverso la storia di cinque vecchi amici (Tognazzi, Celi, Noiret, Moschin, Del Prete poi sostituito da Montagnani), legati da un’alchimia perfetta, adulti ma non abbastanza, ancora persi nella gioia infantile di ridere e in quella adolescenziale di prendere come un gioco la tristezza del tempo che scorre in fretta. Interpreti indimenticabili, tra supercazzole e schiaffi lanciati ai passeggeri dei treni in corsa. Volti plasmati dal genio artistico di Mario Monicelli che – più di ogni altro suo personaggio – ci aiutano a ricordarne l’ardore straordinario che contribuì a render grande la nostra Italia.

Stefano Oddi

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Stefano Oddi

Bio: Laureato con lode in Letteratura, Musica e Spettacolo presso La Sapienza, dove attualmente si sta specializzando in Cinema Digitale, Stefano Oddi scrive per alcuni web-magazine specializzati in critica cinematografica. Studia inoltre Ripresa e Direzione della Fotografia presso la Scuola di Cinema Sentieri Selvaggi, nel tentativo di accordare l'apparato teorico dei suoi studi a una solida base tecnico-pratica. Ha pubblicato lo scorso novembre il suo primo romanzo Il vento di Sinnington con la casa editrice indipendente romana Edizioni Ensemble.