In Time – Quando il tempo è “denaro”

Nel 2011 Andrew Niccol, ormai affermato nel panorama cinematografico con film come Gattaca (1997), S1m0ne (2002) e The Lord of War (2005), torna con una nuova pellicola che rende tangibile ed effettiva quella che comunemente chiamiamo “corsa contro il tempo”.

In Time è senza dubbio un film tanto accattivante ed interessante quanto complesso, che sembra voler puntare il dito contro una concezione sociologia di un modo di vivere la vita legando quest’ultima al denaro: il denaro si trasforma metaforicamente in tempo, un tempo che è vita.

Nella società ritratta dall’opera di Niccol, infatti, il denaro ha terminato la sua egemonia a favore del tempo, divenuto il bene primario inestimabile di cui gli uomini possono disporre.

Il tempo degli abitanti della cittadina in cui si svolge la vicenda si è fermato all’età di 25 anni, momento dopo il quale si ha a disposizione un solo anno di vita scandito con un conto alla rovescia da un orologio digitale che le persone portano con sé sul proprio avambraccio. Il tempo, e non più il denaro, è la moneta di scambio all’interno di questo sistema nel quale la ricchezza corrisponde alla quasi immortalità, mentre i membri delle classi più povere stentano letteralmente ad arrivare alla fine della giornata…vivi.

Will Salas (Justin Timberlake) è un ragazzo cresciuto in uno dei quartieri più poveri del paese senza avere quasi mai più di 24 ore di vita a disposizione.

La sua vita cambia in seguito all’incontro con il ricco Henry Hamilton, un uomo stanco di vivere – dopo oltre un secolo – in una società come quella. Deciso a spendere ogni centesimo del suo tempo, Hamilton sceglie di donare tutto il tempo che gli resta a Will che, improvvisamente si trova a gestire una grande quantità di tempo (per il quale verrà poi ricercato). Il vero evento scatenante, però, è la morte della madre del giovane ragazzo a causa di un’improvvisa inflazione dei prezzi: Will inizia una vera corsa contro il tempo – vediamo i due personaggi correre l’uno verso l’altro con la consapevolezza di rischiare di non farcela – per tentare di cederle una parte della sua “ricchezza”, ma invano.

Spinto dal desiderio di giustizia, Will utilizza la sua ricchezza per accedere al mondo dell’alta società. In un casinò incontrerà Sylvia Weis (Amanda Seyfried), figlia di una ricchissima famiglia che ha un tempo illimitato a disposizione. Per far sì che altri poveri come lui possano avere più tempo, Will la rapisce chiedendo un riscatto che gli verrà rifiutato. Sylvia, venuta a conoscenza del mancato pagamento da parte del padre, si schiera dalla sua parte dando il via ad una vera e propria fuga alla ricerca di altro tempo, un tempo per loro e un tempo da rubare a chi ne ha troppo per distribuirlo a chi non ne ha per vivere.

 

Già in The Truman Show (Weir, 1998), Niccol – come sceneggiatore – aveva manifestato le sue qualità in materia di studi sociali, presentando una società assuefatta all’immagine e allo show business. Con In Time appare chiara la critica al consumismo e agli eccessi della società moderna in cui c’è una distribuzione non equa della ricchezza, infatti, benché il film sia ambientato nel 2169, gli uomini non sono antropologicamente dissimili da noi.

Certo è che, oltre al discorso sulla metafora del tempo e del denaro, Niccol evidenzia anche un altro elemento che non può essere trascurato: la ricerca della perfezione che pone le sue basi sul concetto di eterna giovinezza.

Gli uomini non invecchiano più, non esiste un patto con il diavolo, ma un patto con il tempo e con il denaro. Una società che punta a nascondere la sua vera natura e la cui perenne giovinezza implica un’impossibilità di crescita. Eternamente giovani, uguali a se stessi all’età di venticinque anni e con la possibilità di puntare ad essere immortali. Tutto grazie al denaro… Non è forse il denaro stesso ad essere utilizzato per “regalarsi” un lifting? Non viviamo forse in una società in cui ammiriamo le stars che non ricorrono alla chirurgia estetica perché “hanno deciso di invecchiare” in modo naturale?

Niccol estremizza, o magari no: possedere denaro è tutto. I soldi comprano la felicità e comprano la vita. Il mondo in cui trascina gli spettatori va oltre le leggi fisiche e naturali, eppure è un mondo riconoscibile.

Will e Sylvia sono due personaggi opposti, background differenti, rappresentanti di due modi diversi di vivere e intendere la vita: lui conosce l’affanno e la difficoltà, lei non conosce la paura della morte. Niccol sceglie due caratteri per manifestare due realtà antitetiche che convivono, ma che sono lontanissime tra loro.

Se è vero che Will ci viene presentato fin dall’inizio come abitante di un ghetto, un giovane lavoratore che vive di stenti, è anche vero che se non avesse avuto “più tempo”, non avrebbe mai avuto la possibilità di raggiungere Sylvia. Will entra in quell’ambiente come un privilegiato, un ricco, e non come un povero.

La divisione tra classi è netta e così resta fino alla fine del film: Will è un sovversivo, ma per diventarlo ha dovuto compiere una scalata sociale, è un rivoluzionario ricco che, proprio grazie alla ricchezza ottenuta, può permettersi di rischiare.

I poveri restano lì, nel loro ghetto, a farsi andare bene una situazione che non riescono a gestire.

Solo nel finale sembra emergere uno stampo piuttosto socialista: i beni (i minuti di vita) vengono ridistribuiti a favore di una classe operaia che, messa nelle condizioni di potersi far valere, dà via ad una vera e propria rivoluzione social-popolare, sconfinando dal quartiere povero a quello più ricco che è sempre stato inarrivabile e inaccessibile.

 

In Time è un film che mescola, rivisita e propone generi diversi, riuscendo tuttavia a mantenere un equilibrio che non è da sottovalutare. Una fantascienza moderna che mantiene uno stretto legame con la realtà, le fughe tipiche degli action movies il cui pathos è determinato dallo scorrere alla rovescia del tempo, la storia d’amore tra povero e ricca/ rapitore e ostaggio che è un classico e che al pubblico non dispiace mai. Niccol gioca con il tempo e con i suoi personaggi, con la sceneggiatura e con la regia, tutto in funzione di un’opera che non fa altro che contenere in sé il dramma di un futuro sempre più vicino al presente.

Il Nuovo Mondo che si costituisce nel finale potrebbe essere visto come una conquista, o è solo l’ennesimo inizio che mantiene, in ogni caso, l’uomo legato al denaro e al tempo che passa?

 

Annagiulia Scaini

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