CONFESSIONI DI UNA MENTE PERICOLOSA.

I significati cromatici e psicologici della prima regia di Clooney.

George Clooney agli inizi degli anni 2000 apre le porte a quel filone di attori hollywoodiani che decide si cimentarsi nella regia, ottenendo un successo quasi maggiore rispetto alle loro prove attoriali. La sua scelta ricade su una storia biografica dai toni ambigui con una sceneggiatura capolavoro che si divide tra realtà e finzione.

 

“Mi chiamo Charles Hirsch Barris. Ho scritto canzoni pop e sono stato un produttore televisivo. Sono responsabile di aver inquinato l’etere con dell’intrattenimento puerile ed intorpidente. Inoltre, ho ucciso trentatré esseri umani.”

                                                                    Sam Rocwell (Chuck)

 

 

Il film inizia con questo spiazzante monologo tratto dal libro autobiografico di Chuck Barris, creatore di programmi televisivi, di giorno, agente per la CIA di notte. Charlie Kaufman firma la straordinaria sceneggiatura diretta da un improbabile, ma sorprendente George Clooney. La particolarità di quest’opera risiede nel grande dubbio che la circonda: la CIA non ha mai confermato il reclutamento di Barris tra le sue fila, dunque “nessuno all’infuori di lui stesso può provare che ciò che viene narrato non sia mero frutto della sua immaginazione”. Le uniche fonti disponibili, cioè interviste ad amici, conoscenti e colleghi confermano la sua versione dei fatti riguardanti la vita da creatore televisivo, ma nulla di certo si conosce sul suo presunto lavoro da agente privato.

Consapevole di aver dato alla tv americana alcuni tra i più degradanti talk show, Barris afferma di aver condotto una doppia vita; Clooney e Kaufman snodano il film sulla centralità del doppio e sull’instabilità psicologica che soffoca il protagonista usando sfumature cromatiche interessanti.

“Quando sei giovane le tue potenzialità sono infinite, potresti fare qualsiasi cosa, potresti essere Einstein, potresti essere Dimaggio, poi arrivi ad un’età in cui “potresti essere” va a sbattere contro il ciò che sei stato, non eri Einstein, non eri niente, è un brutto momento.”

Nei monologhi brevi come questo, si spiega la condizione psicologica del personaggio. Chuck si rivela essere complesso, sfaccettato e perennemente alla ricerca di un posto nel mondo, si avvicina alla televisione di moda negli anni Sessanta, facendosi notare dai dirigenti, dalle donne con le quali ha però uno scarso successo, rivelandosi in realtà incompleto, insoddisfatto. Quando tocca il punto più basso della sua esistenza si rifugia in se stesso e scrive della propria vita come monito per i posteri. Il film quindi è un lungo flashback che occupa 40 anni di vita di uno degli uomini più influenti della cultura trash degli anni Sessanta in  America.

Rinchiuso in una camera d’albergo, dopo aver allontanato la donna della sua vita (Drew Barrymore), scrive la sua biografia e lo fa partendo da lontani ricordi d’infanzia, ripercorrendo tutte le tappe fondamentali della sua vita: la scoperta del mondo dello spettacolo, il suo ingresso presso l’emittente televisiva americana, l’incontro con il grande amore della sua vita. Chuck vive un pessimo rapporto con le donne, sostanzialmente insoddisfatto del suo aspetto (tipico elemento delle sceneggiature kaufmaniane) si finge spavaldo e riesce a conquistare la donna che lo amerà anche da tradita. In seguito a questo rapporto, che si rivela essere altalenante, Barris avrà la geniale idea di inventare il programma che rovinerà per sempre la televisione, Gioco di Coppie. Pensare che proprio l’uomo che ha intellettualmente ucciso milioni di telespettatori, sia stato arruolato dalla CIA per salvaguardare la sicurezza mondiale, lascia molto perplessi!

L’infelicità del protagonista viene celata dal raggiungimento di uno strano successo in campo lavorativo. Consapevole di creare tv spazzatura continua a scrivere programmi banali e canzoncine pop. Le sue ansie si riflettono tutte nei suoi programmi che effettivamente fanno da sfondo a storie di persone infelici e insoddisfatte che in cerca di una via di fuga dalla mediocrità che li circonda, si rifugiano nella bassezza di un programma tv denigrante.

Clooney, nonostante si trovi al suo primo film da regista, accetta i consigli dello sceneggiatore, come ricorda Alessandra Lavantesi, di “raccontare la strana vicenda nello stile anti-realistico, colorato e pop dell’epoca in cui si svolge; tutto un procedere fra allusioni e strizzate d’occhio, un modo che in fin dei conti sembra suggerire una gigantesca finzione” e tira fuori un gioiello di film. Le tonalità pop si contrappongono alla depressione del protagonista che è costretto a vivere in quella favola colorata per nascondere la sua identità di assassino. Il regista opta per questa scelta proprio per evidenziare il distacco tra la realtà mercificata e materialista che lo circonda e la sua condizione interiore, quella di uno spietato omicida costretto ad operare nell’ombra. Con la sua intensa forza visiva il film si sviluppa in inquadrature inusuali e tagli dal gusto naif; l’aria che si respira è quella tipica degli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta con tinte calde, colori sgargianti e colori accecanti, l’ambientazione giusta insomma per girare dei talk show leggeri che devono trasudare spensieratezza; gli studios non sono altro che lo specchio del sogno americano che si incarna perfettamente nel lato inventivo di Chuck.

A far capolino a questa spensieratezza vi è un altro mondo, quello della triste realtà della Guerra Fredda dove la CIA è costretta a muoversi. In contrasto quindi c’è un mondo dai toni grigi e bui, quelli dei paesi dell’Est dove Barris viene inviato per mietere vittime, in cui dimentica di essere l’allegro presentatore televisivo e lo fa spogliandosi dei vestiti colorati per indossare lunghi trench scuri e cappelli a tesa larga.

Ogni periodo della vita di Chuck, ha un suo colore: l’infanzia color ruggine, gli anni Cinquanta coloratissimi, il pastello delle scene negli studi televisivi, il bianco ghiaccio dell’addestramento nella CIA e infine  la vita da killer su cui dominano colori scuri.

Il confine tra realtà e finzione è quello che interessa maggiormente al regista, quel debole confine che trova il suo culmine nel momento di rottura dell’equilibrio psicologico del protagonista, quando gli enormi pannelli che ritraggono le immagini cruciali della sua vita diventano dei fondali davanti ai quali si consuma il delirio di un uomo a metà.

Il film affronta un profondo confronto tra un uomo e l’enfatico, illusorio e distruttivo potere televisivo, costringendolo a muoversi in modo “doppio”, vivendo una “doppia” vita fino alla sua autodistruzione.

Elisabetta Matarazzo

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Elisabetta Matarazzo

Elisabetta Matarazzo, classe 1988. Laureata nel 2011 in "Letteratura Musica e Spettacolo" e nel 2013 in "Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche", presso l'università di Roma la Sapienza.