Eau Argentée, Syrie Autoportrait

Prima ancora di porsi come la lucida riflessione sulla tragica condizione di una nazione, il sorprendente Eau Argentée, Syrie Autoportrait va inteso come una compiuta riflessione sull’audiovisivo e il suo linguaggio, sulla necessità di una riscoperta dei modi del dire e fare cinema. Il progetto firmato da Oussama Mohammad, regista siriano emigrato a Parigi, co-autore insieme a Wiam Simav Bedirxan, propone l’ossimorica impresa di realizzare l’affresco globale di una nazione negando il concetto stesso di documentazione in presa diretta. A causa della sua condizione di esule, Mohammad decide di raccontare la sua patria senza far ricorso ai propri occhi, affidandosi ai migliaia di video postati su Youtube dai suoi compatrioti, coraggiosamente tesi a salvare “la loro storia dall’annientamento”.

Perseguendo un intento già perorato da registi come Chris Marker o Alain Resnais – proprio Hiroshima Mon Amour viene citato durante l’incipit del film – Eau Argentée si propone in prima istanza come un esperimento cine-visivo che, attraverso una riprogettazione del canone stesso del linguaggio filmico, tenta di dar forma e vita alla memoria. Il film passa in rassegna l’orrore della guerra civile siriana attraverso il montaggio ellittico e diseguale di materiali video eterogenei e sgranati, pagine di storia mai narrata strappate nascostamente all’indicibilità della barbarie. A dar ritmo a questo flusso informe, il dialogo serrato e ininterrotto tra i due registi – uno a Parigi, l’altra in Siria – permesso da quella finestra di dialogo virtuale costituita da Facebook, utilizzato per la prima volta nella recente storia del cinema come veicolo di trasmissione di un potenziale politico di denuncia. In tal senso, Eau Argentée si caratterizza anche come uno dei più riusciti esempi di film epistolare, improntato cioè su un ritmo narrativo e documentale totalmente affidato allo scambio di messaggi a distanza tra i due invisibili autori che, sovrapponendosi all’atroce successione di immagini reperite da Youtube, attivano un’immediata e complessa sublimazione tra lo sguardo dei registi e quello dei “mille e uno siriani” che hanno salvato la testimonianza del proprio personalissimo orrore dalla contingenza della storia. L’immagine perde così la propria individualità, si spersonalizza e riesce a caricarsi di una pura carica memoriale, trasformandosi in grido di dolore, in speranza di rinascita, in testimonianza collettiva. In un procedimento teoricamente accostabile ad alcune vette del cinema espressionista tedesco, Eau Argentée pare dar forma concreta all’urlo lacerante di una nazione stuprata, ribadire in una necessaria risonanza audiovisiva l’insostenibile caleidoscopio della nefandezza, attivando peraltro attraverso la natura sgranata e poco nitida delle sue immagini una riflessione palese sui limiti del visibile e del dicibile e insieme una rivendicazione dell’obbligo – politico, morale, umano – di affrontare la testimonianza dell’orrore, di attivare lo sguardo. Proprio perseguendo la sua logica dell’ossimoro Eau Argentée trasforma l’individuale in collettivo, la mise en abyme in discorso morale, la storia in memoria. E, citando Kubrick, fa sì che gli occhi chiusi diventino aperti.

Stefano Oddi

© Riproduzione Riservata

Stefano Oddi

Bio: Laureato con lode in Letteratura, Musica e Spettacolo presso La Sapienza, dove attualmente si sta specializzando in Cinema Digitale, Stefano Oddi scrive per alcuni web-magazine specializzati in critica cinematografica. Studia inoltre Ripresa e Direzione della Fotografia presso la Scuola di Cinema Sentieri Selvaggi, nel tentativo di accordare l'apparato teorico dei suoi studi a una solida base tecnico-pratica. Ha pubblicato lo scorso novembre il suo primo romanzo Il vento di Sinnington con la casa editrice indipendente romana Edizioni Ensemble.