Cercavo un lavoro onesto

Inizio a guardare il film. Non riesco ad avere pensieri, anzi, meglio, ci sono ma non trovano le parole per esprimersi, non sono mai adeguate per descrivere questo tipo di stupore.

Poco oltre la metà del film inizio ad interrogarmi e una domanda mi rimbomba in testa: dov’è la morale?

Continuo a provare una forte rabbia per come si racconta una realtà che secondo me non giustifica le azioni. Ciò che si sente dire al celerino in tribunale: pensate che sia facile essere sputati in faccia, insultati ogni domenica allo stadio?

Non sono riuscita a ben cogliere il senso del film: è chiaro che vuole riportare un evento, una realtà, ma ritengo che non abbia posto la giusta attenzione a come il lungometraggio potesse essere letto dai giovani. Problema che mi porrei dal momento che già con film e la serie tv Romanzo Criminale, si è avuto un ottimo risultato attraverso i giovani di merchandising ma dall’altro lato non hanno fatto in modo che i ragazzi capissero a pieno la “negatività” di quel periodo e di quei fatti.

Due figure giovanili sono presenti nel film: uno, il figlio fascista di Mazinga, che è un emblema del nuovo fascismo e dell’odio per tutto ciò che è diverso da sé, compreso il padre celerino, e ovviamente di destra come la maggior parte, e poi il ragazzo che fa la scelta di essere un celerino ma che non sarà mai un “fratello”.

Il film documenta la Fratellanza di tre agenti di polizia romana, abituati ad usare la violenza, credendo addirittura a volte anche di usarla a fin di bene, quando pestano quei rumeni nel parco, o sono aggressivi con loro. Questa violenza appare obbligatoria: è l’unico modo per sopportare una situazione faricosa come quella del personaggio Negro il cui nome è emblematico, che picchia la moglie perche non gli permette di vedere la figlia. È un metodo per scaricare le ansie e le pressioni, causati dal rischiare ogni domenica ma non solo, la vita, inoltre per pochi denari.

Forse la positività del film e l’essenza del celerino, vogliono essere individuate attraverso questo rimarcare la Fratellanza e il fatto di poter contare solo sui fratelli: in qualsiasi caso e in qualsiasi momento loro ci saranno sempre, come Negro quando viene mandato via di casa dalla moglie, come Mazinga quando viene accoltellato da un ultrà.

Certamente aleggia nel film ACAB l’episodio avvenuto a Genova nella Scuola Diaz, ma senza il coraggio di affrontarlo direttamente: unico riferimento esplicito è la denominazione del piazzale in cui si gira l’ultima scena del film.

Questo lo spunto che mi porta al ricordo del film Diaz, un  film che mostra. Mostra gli avvenimenti come sono accaduti, attraverso anche giusto il espediente del materiale di repertorio cinematografico, facendo un ottimo uso e un ottimo raccordo, cinematograficamente parlando con la finzione. L’efficacia del film sta proprio nel lasciare lo spettatore e l’intera società sconvolti: indimenticabili, la scena in carcere in cui il medico fa denudare la ragazza e le dà un bicchiere di acqua dopo averla fatta girare su se stessa, nuda, parecchie volte. Immagini di crudeltà come quella del bagno o del manifestante arrestato e obbligato a stare a 4 zampe ed abbaiare come un cane. Mi chiedo: ma cosa avviene nell’essere umano oppure se esiste una categoria a me sconosciuta di uomini?

Nonostante il documentario “Black Block” abbia riportato i fatti, trovo che il film DIAZ non approfondisca abbastanza il pregresso. L’evento raccontato è del 2001, il film va nelle sale nel 2012. Un ragazzo che dopo dieci anni dall’accaduto, vede il film, forse non riesce a comprendere a pieno. Stefano Cucchi, gli interventi della polizia nelle recenti manifestazioni dei sindacati, l’impotenza degli uomini dello Stato negli Stadi del calcio davanti alla potenza di Genny la carogna, mantengono divise le posizioni di appoggio o di rifiuto alle forze dell’ordine. Non si è approfondito il malessere di una società in cui è stata trascurata la cultura e la formazione. Nelle piazze quanto tempo ancora dovremo guardare una generazione di giovani affrontarsi uno contro l’altro: sguardi di una società che ancora una volta si guarda, ma non si vede.

Forse quel celerino che si è tolto per primo il casco durante la carica in una manifestazione, avrà voluto fare il primo passo?

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Marie Angela Tuala Paku

Nata a Roma il 31 marzo 1989. Nel 2014 ho conseguito la laurea Magistrale in Teorie e pratiche dello spettacolo cinematografico, con una tesi intitolata "Blackness e cinema hollywoodiano. Forme e modelli del racconto del trauma afroamericano." Successivamente interessata al lato pratico del cinema ho seguito corsi di regia e montaggio, presso la scuola Sentieri Selvaggi di Roma.