The Better Angels

The Better Angels si apre con un’inquadratura dal basso che sottolinea l’imponenza del colonnato della sede del Parlamento americano. Pochi istanti dopo,  un altro plongée segnala il passaggio dall’ambiente metropolitano a quello naturale, incorniciando uno stretto frammento di cielo tra le folte chiome di alcuni sempreverdi. Una voice off segnala lo scarto spazio-temporale, accompagnando lo spettatore nelle prime immagini dell’infanzia di Abraham Lincoln, bambino prodigio nascosto al mondo tra i lussureggianti ambienti boschivi dell’Indiana, diviso tra l’educazione di una madre angelica(ta) e un padre duro, pragmatico e schivo. A raccontare la sua storia in un presente indefinito un cugino, unico sopravvissuto della piccola famiglia.

Il film segue la crescita del giovane destinato alla gloria attraverso un incedere contemplativo, epifanizzando attraverso la straordinaria fotografia in bianconero di Matthew J. Lloyd le tappe esistenziali di Lincoln nel contesto di un mondo bucolico dominato dal silenzio, dalla ripetizione, dal secolare ritmo delle stagioni. La macchina da presa scivola e vola attraverso le distese d’erba, di terra e di acqua, immortala angoli di paradiso non contaminato dal progresso, si sofferma a spiare i giochi infantili, i lavori agricoli, il naturale emergere di un rapporto inscindibile tra i protagonisti e il microcosmo boschivo. C’è evidentemente il respiro di tutta la filmografia di Malick in questo film fragile e ipnotico: dalle inquadrature a fil di piombo che lasciano fluttuare la mdp attraverso le distese d’erba di The Thin Red Line e The New World all’inquieto scandaglio dei rapporti familiari che domina – più di ogni suo altro capolavoro – gli ultimi The Tree of Life e To the Wonder.

Il piccolo Lincoln si presenta come un bambino solitario, visceralmente legato all’angelico candore materno, nascostamente in lotta con il padre padrone, indifferente nei confronti dell’intelligenza fuori dal comune di suo figlio, incapace di far sentire la propria presenza se non attraverso l’uso della frusta. Il film oscilla così tenta di sublimare in poco più di novanta minuti la complessità visiva e tematica del cinema malickiano, oscillando tra il respiro quasi palpabile del creato e la profondità incostante dei rapporti familiari, tentando di ribadirne in modo pedissequo lo stile visivo, la costruzione sonora, la complessità tematica.

Il problema, viene da dire, è che Malick non è il regista di The Better Angels (figura però tra i produttori); a dirigerlo è A. J. Edwards, storico collaboratore del regista di Waco e suo protetto. In questo senso, tutta l’eccezionale coincidenza di forme e contenuti si discosta dalla sublimazione delle proprie personali ossessioni a cui Malick ha sempre – piacevolmente – abituato e va più che altro in direzione della copia sterile, della replica priva di anima. Edwards non aggiunge nulla all’universo filmico nel quale si è formato come operatore e montatore ma ripropone freddamente una visione che non gli appartiene. A questo proposito, al di là del catalogo di immagini e movimenti di macchina immediatamente riconducibili a The Tree of Life, sorprende l’irritante presenza di situazioni ed elementi di sceneggiatura esattamente identici al film dell’autore texano premiato nel 2011 con la Palma d’oro.

 

L’indubbio fascino che il film dell’esordiente Edwards porta con sé, dunque, fatica a trovare ragioni di legittimazione se si considera il film nella sua stretta parentela (o sarebbe meglio dire dipendenza) con la filmografia di Malick, sollevando più che altro la necessità di una seria riconsiderazione dei concetti di citazione e di omaggio e soprattutto della deriva che l’eccessiva insistenza su queste operazioni testuali può attivare. Fino al rischio del plagio cinematografico.

Stefano Oddi

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Stefano Oddi

Bio: Laureato con lode in Letteratura, Musica e Spettacolo presso La Sapienza, dove attualmente si sta specializzando in Cinema Digitale, Stefano Oddi scrive per alcuni web-magazine specializzati in critica cinematografica. Studia inoltre Ripresa e Direzione della Fotografia presso la Scuola di Cinema Sentieri Selvaggi, nel tentativo di accordare l'apparato teorico dei suoi studi a una solida base tecnico-pratica. Ha pubblicato lo scorso novembre il suo primo romanzo Il vento di Sinnington con la casa editrice indipendente romana Edizioni Ensemble.