Si alza il vento

…il faut tenter de vivre!

 

Si alza il vento. Come meta del suo ultimo volo Miyazaki sceglie la realtà e, come principale tema del film, lunico elemento lo abbia sempre accompagnato e che ritroviamo in tutta la produzione Ghibli: il volo, il vento.

Dopo aver pilotato castelli, scope, cavalcato enormi lupi e sorvolato mondi incantati, il maestro della fantasia devia la sua solita rotta. Punta i piedi per terra, nel nostro mondo, per regalarci un testamento artistico degno dei più grandi registi di film reali. Testamento, perché da quanto annunciato dal regista alla mostra di Venezia dello scorso anno, questo sarà il suo ultimo film.

 

Chi entra in sala credendo di trovarsi di fronte esseri dalle assurde forme, città popolate da spiriti, maghi e bizzarri oggetti volanti, magari in compagnia del proprio figlioletto di otto anni, potrebbe rimanere deluso. O meglio, deluso potrebbe rimanere il bambino (sia quello dentro di noi che quello seduto di fianco a noi) che dopo neanche mezzora di film potrebbe sorprendersi annoiato. Infatti dopo tanto errare in mondi straordinari, questa volta Miyazaki ci guarda dritto negli occhi e ci parla sul serio. Ci parla di personaggi realmente esistiti, di epoche passate, di problemi che sembrano perfino attuali.  Iprotagonisti questa volta sono adulti veri e propri, che parlano da adulti (Il linguaggio utilizzato è infatti molto ampolloso, quasi grottesco) e affrontano problemi da adulti.

 

Il film è ambientato nel Giappone del primo novecento, un Giappone ancora profondamente antico, arretrato ma in pieno tentativo di progresso e alle porte del secondo grande conflitto mondiale. Un Giappone che, come Kiro ingegnere e amico di Jiro, fa i conti affinché in pochi anni possa raggiungere il progresso delle allora grandi potenze. È in questo contesto che Jiro Horikoshi, la cui grande passione per il volo – passione che la sua miopia gli ha costretto a sacrificare, ma che persegue nella progettazione – è diventato realmente uno dei più grandi ingegneri aeronautici che il Giappone abbia mai conosciuto. Jiro sarà lautore di uno dei più avanzati aereiil Mitsubishi A6M Zero, tristemente famoso come laereo dei kamikaze. 

Aerei da caccia, guerra, morte stiamo ancora parlando di Miyazaki? Ebbene si, stiamo ancora parlando di lui e questo gli è costato non poche critiche. C’è chi lo ha accusato di militarismo, di aver assolto il Giappone dalle sue colpe, di aver provato troppa simpatia per i kamikaze. Critiche poco considerate dal regista, il quale afferma semplicemente (ed è evidente anche nel film) di aver soltanto raccontato una storia, una storia ispirata a storie di altri (Kaze Techinu [Si alza il vento] è anche un romanzo), quella del Giappone degli anni 30, quella della sua passione per il volo, per gli artisti e i sognatori come lui – come Caproni, progettista italiano e suo mentore nel film – disposti a tutto pur di veder realizzata la propria opera. 

Se infatti anziché guardare il film nella speranza o nellattesa di ritrovare il Miyazaki che ci ha accompagnati finora, ci limitassimo a guardare ciò che ci offre, subito ritroveremmo il maestro che conosciamo, che ci regala stavolta un viaggio inaspettato. Se quei protagonisti, famosi per la loro tenacia nel perseguire ideali, sogni e progetti, hanno sempre tentato di convincerci che solo chi tenta lassurdo può costruire limpossibile, il protagonista di Si alza il vento ci regala dunque laltra faccia della medaglia: il riscontro con la realtà

 

Senza alcuna spiegazione esplicita, ci parla criticamente di quella che è la fragile linea che unisce larte alla realtà, lartista al proprio mondo e lopera al proprio utilizzo. Ed eccoci allora in un viaggio a ritroso, un ritorno a casa dal quel mondo in cui finora ci ha permesso di rifugiarci con lui. Non cancella larcobaleno che unisce questi due mondi, non spezza il loro legame, ma questa volta rinchiude lo straordinario nei sogni di Jiro. Solo lì è permesso a Jiro di incontrare il suo mentore Caproni, grande progettista italiano che stima e a cui sispira (come lo stesso Miyazaki ha fatto) – dal cui aereo, nonché da un vento caldo come lo scirocco, prende il nome lo stesso studio Ghibli – di parlare e farsi consigliare da lui. Solo lì, lui che è miope, può volare, solo lì i suoi sogni più arditi possono trovare forma, solo lì può sognare assieme a Caproni, ardite traversate su aerei immensi. Dopodiché Jiro deve svegliarsi e trovare un compromesso con la realtà, perché è questo che stavolta Miyazaki chiede al suo personaggio: non solo di sognare, ma di svegliarsi e vedere cosa, nostro malgrado, le nostre creazioni, anche le più grandi e le più nobili, possono diventare quando urtano la realtà. Rendersi conto come quel sogno, quella macchina che lo avrebbe portato più su delle nuvole, sia diventata una macchina di morte. Già perché sulla terra le cose non vanno sempre come ci aspettiamo. Lo rammenta Caproni, in risposta alla perplessità generata dal cattivo (o quantomeno discutibile) utilizzo di una grande invenzione, rivolgendosi a Jiro in questo modo:

 

CAPRONI: Tu, tra un mondo senza piramidi e un mondo con le piramidi quale preferisci?

JIRO: Le piramidi

CAPRONI: Quello di volersi librare nel cielo è il sogno dellumanità, ma è anche un sogno maledetto! Gli aeroplani portano il peso del destino di divenire strumenti di massacro e distruzione. Ciononostante io ho scelto il mondo con le piramidi. E tu quale scegli tra i due?

JIRO: Io penso di voler creare splendidi aeroplani

 

E di questo ci parla, di chi vuole costruire piramidi, di chi vuole solo creare splendidi aeroplani, costruire splendide cose e raccontare di splendidi mondi. Tutto il resto, la bruttura del mondo, non fa parte del sogno ma del mondo stesso. 

Ed è questo probabilmente, lamaro che ci lascia, ad aver deluso lo spettatore che voleva ancora una volta godere di una fantasia costruita su misura per lui.

È per questo probabilmente che il regista, tra i più strenui difensori della pace, della natura e dellambiente, è stato accusato di provar troppa simpatia per la guerra.

Ed è per questo che chi lo ha amato e lo ama, ha intravisto in questo film il messaggio di un vecchio saggio, un nonno, che dopo aver trascorso anni a incantare il bambino con storie fantastiche, alimentando la sua fantasia, dun tratto gli ricorda bruscamente di svegliarsi. 

Svegliarsi, anche se ciò comporta il prender coscienza che i sogni non sempre rimangono tali al contatto con la realtà. Svegliarsi, ma solo per continuare a sognare, a pensare, a costruire e a volare, perché in fondo – come il film stesso introduce e come più volte Jiro ci ricorda, nonostante tutto, quando

 

Le vent se lévè…il faut tenter de vivre 

[Si alza il ventobisogna tentare di vivere]     

– Paul Valéry –

Silvia Marottini

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Silvia Mariottini

Silvia Mariottini, in arte Bitta. Diplomata in Grafica Pubblicitaria e laureata in Spettacolo cinematografico, teatrale e digitale, quello che amo fare è raccontare con le immagini, qualsiasi cosa in qualsiasi ambito e tecnica. Disegno da che ho memoria ed è stato colpo di fulmine con il cinema quando ho scoperto che le immagini potevano prender vita. Le immagini sono infatti alla base del mio lavoro, dal cinema al disegno: racconto storie, sogni, idee, persone, aziende, concetti e mi piace studiare e scoprire quello che gli altri hanno da raccontare con le immagini. Mi occupo di cinema, grafica e digital art, fotoritocco, vfx, colorazione digitale, illustrazione editoriale e pubblicitaria, fumetto e concept art. Utilizzo sia tecniche tradizionali (china, pastelli e acquerelli) che digitali.