Quei maledettissimi zombie

Cimitero ricoperto da una bassa nebbia, una tomba, una mano che sbuca dalla terra. Questo il tradizionale sveglio del vampiro degli anni ’60, decade dei bmovies, momento di splendore dell’estro dei registi che dovevano adattarsi a budget estremamente bassi, ma che nonostante ciò riuscivano ad affascinare migliaia di adolescenti ai drive in. Personalmente mi affascinano di più gli zombie come mostri del cinema horror e oggi questi sono tornati in auge sebbene siano decisamente meno affascinanti dei vampiri per il pubblico mainstream. Questo perché il fascino esercitato dal vampiro non è solo diretto alla bella di turno (da Nosferatur al Dracula di Bram Stroker passando per quello di Tod Browing, elemento che un po’ si perde in Dracula Untold), ma soprattutto allo spettatore che rimane incollato allo schermo accolto dalla fascinazione dello sguardo sebbene qualcuno possa morire da un momento all’altro. Anche lo zombie ha una lunga tradizione storica cinematografica, pensiamo al personaggio di Cesare in Des Cabinet des Dr. Caligari, ai suoi movimenti lenti, all’assenza del linguaggio,eppure è richiamato dalla bellezza, ma anche dalla morte. Distinguendosi sempre più dal vampiro, lo zombie lascia da parte l’elemento della fascinazione, per concentrarsi sulla degenerazione dell’essere umano ad animale, dove sopravvivono solo gli istinti primordiali. In fondo lo zombie uccide per mangiare, sopravvivere. Alcuni film, però, inseriscono anche la componente sessuale in questo contesto. Si perché il sesso fa parte dell’impulso più animalesco dell’uomo, privato qui della possibilità della procreazione. Alcuni film prendono in considerazione questo aspetto, pensiamo ad esempio a Pretty Dead di Benjaming Wilkins (2013), la storia di una giovane che si trasforma lentamente in zombie. In molti penseranno comunque che i film sui vampiri hanno tendenzialmente un successo maggiore (penso in questo caso alla saga di Twilight) rispetto a quelli sugli zombie, ma la proliferazione di pellicole che vedono al centro questi personaggi sia come protagonisti (Warm Bodies) che come causa dell’apocalissi (World War Z il cui principale interprete maschile è Brad Pitt) denota un tentativo di ripresa da parte di produttori, sceneggiatori e registi del tema reso cult da Romero con il suo Night of the Living Dead (1968) oppure con Dawn of the Dead (1978) a cui aveva partecipato uno dei più grandi registi del cinema horror italiano, Dario Argento (accompagnato nell’Olimpo dei registi italiani del cinema horror da Mario Bava). Consultando il database dei film sugli zombie (redatto da Todd Platts della University of Southern Mississipi) si può notare che la percentuale di film indipendenti basso budget è altissima e potrebbe essere del 98% circa, un 1% è di film pornografici e l’altro 1% di grandi produzioni. Oggi i film di zombie sono stati incentivati anche dalla proliferazione delle serie tv horror. Uno dei plausibili motivi per cui la televisione ha subito uno spostamento dalla commedia e l’intrattenimento vero e proprio al drama e all’horror può dipendere dal concetto di trauma. Il cinema permette allo spettatore di rivivere una forma di dolore, frustrazione, mantenendo una distanza dalla fonte della sofferenza stessa, così da permettergli di superare le proprie angosce e paure attraverso la consapevolezza sul carattere non-reale dell’immagine cinematografica (e televisiva). Quali sono le esperienze che vogliamo reiterare per comprenderle e superarle? Indubbiamente il problema del terrorismo (dopo l’11 settembre si verifica un nuovo tipo di cinema che tenta di affrontare il trauma), ma anche la distruzione dell’equilibrio ambientale da parte dell’uomo (pensiamo ai film catastrofici a sfondo ambientalista), ma soprattutto, attraverso gli zombie, l’uomo cerca di superare le proprie colpe circa gli sperimenti scientifici in laboratorio e le armi batteriologiche. Seguendo The walking dead prodotto dalla ABC, ho potuto notare che dalla quarta stagione vi è una nuova missione: riportare lo scienziato a Washington per poter contrastare il “virus-zombie”. Già il mondo dei videogame ave trattato lo zombie allo stesso modo, come arma batteriologica, virus: pensiamo in questo caso alla saga Resident Evil della CAPCOM, saga portata sullo schermo in primis da Paul W. S. Anderson nel 2002 e che oggi consta di ben 6 film. Anche qui, come nel più recente World War Z, lo zombie è il risultato di un virus (virus T) che rende gli esseri umani molto forti grazie alla loro assenza di sensazioni e/o sentimenti, facendo dell’uomo un animale. Un filone totalmente diverso è quello rappresentato ad esempio da un recentissimo film di Joe Dante, Burying the Ex. Il film, presentato a Venezia71, mostra l’aspetto più ludico circa l’uso degli stereotipi del cinema horror e degli zombie. Dalla sciocca protagonista bionda (Ashley Greene) ambientalista e vegana sfegatata che torna dal mondo dei morti per ossessionare l’ex fidanzato alla putrefazione della carne, ai diversi tentativi di uccisione del mostro, alla nuova storia d’amore di Max (Anton Yelchin) e Olivia (Alexandra Daddario) che sono, ovviamente, i due nerd della situazione. Il film, invece di terrorizzare lo spettatore, è una vera e propria esilarante commedia, una satira del genere, fatta da chi l’horror lo ama per chi lo ama. Il sotto-filone dello zombie movie si appresta ad essere quindi non solo un genere estremamente versatile per le produzioni cinematografiche (che a mio avviso dovrebbero sfruttarlo maggiormente), ma può essere anche un caso di studio. I film con gli zombie infatti, oltre ad essere fonte di terrore per lo spettatore, oltre ad appassionare milioni di nerd, oltre a far divertire registi e makeup artist, è un interessante argomento di studi nel campo filosofico in quanto possono essere il mezzo con cui arrivare a comprendere quelli che vengono chiamati i p-zombie (in filosofia e neuroscienze i p-zombie sono degli esseri che possono elaborare e compiere azioni, similmente agli umani, senza esserne coscienti). Questi film cercano dunque di trovare una loro propria identità all’interno dell’universo di studi accademici, nelle fantasie perverse degli spettatori contemporanei, ma anche di mantenere vivo l’interesse di quelli che, come me, li hanno sempre amati.

 

Gabriela Primicerio

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Gabriela Primicerio

Laureata alla Sapienza in Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche, ha conseguito il diploma di Master in Gestione della produzione cinematografica e televisiva presso la Luiss. Costantemente in cerca di nuove sfide professionali.