Il ritorno della bestia

Fiabe rivisitate, fiabe cambiate, principesse indifese che si trasformano in combattenti, bambine che diventano giovani donne ammiccanti.
Il cinema, come l’arte in generale, è anche questo: ri-creazione e manipolazione di materiale preesistente, ricollocazione temporale e nuove ambientazioni che modificano necessariamente l’approccio alla storia originale e il suo senso.

La Bella e la Bestia è tra i racconti più proposti e rivisitati della cultura visiva occidentale. La maggior parte degli spettatori ricorderà sicuramente il famosissimo capolavoro Disney, altri il più recente Beastly ambientato ai giorni nostri che, del film animato, mantiene giusto l’insegnamento morale del “guardare oltre”.
Non si può prescindere, accingendosi ad analizzare l’ultima riproposizione filmica della fiaba ad opera di Christophe Gans, dal fare un excursus su quella che è stata l’origine della storia stessa. Trattandosi di un racconto orale franco-tedesco che poi, dal 1550, è stato messo per iscritto in diverse varianti, è chiaro che la pluralità di interpretazioni e messe in scena è solo l’ultimo tassello di un percorso lungo e travagliato di un’opera che non è mai stata unica.
La storia trae ispirazione dai miti classici, si pensi a Le Metamorfosi di Ovidio e di Apuleio, il quale racconta di un mercante caduto in disgrazia, vedovo e padre di tre figlie; colto alla sprovvista da una tempesta durante un viaggio d’affari, si rifugia in un castello apparentemente disabitato. Il mattino seguente si trova circondato da unagrossa quantità di ricchezze che decide di portare come doni a due delle tre figlie, superficiali e vanitose. La terza, Belle, la sua prediletta, aveva chiesto come unico dono una rosa che, il padre, decide di cogliere nel giardino del castello scatenando, però, la collera del padrone di casa: una Bestia mostruosa che lo rende prigioniero. L’ultima richiesta che viene accordata all’uomo è quella di salutare per l’ultima volta le sue figlie. Belle, conosciuto il motivo della punizione del padre, si sostituisce a lui. Come vuole la fiaba che tutti conoscono, sebbene prima fosse terrorizzata, Belle col tempo impara a riconoscere l’anima pura e gentile nascosta sotto quelle sembianze feroci. Se ne innamora ed è proprio la sua dichiarazione d’amore, gridata mentre la Bestia sta morendo, che la fa ritrasformare nel bel principe su cui una strega aveva gettato un incantesimo.
La Bella e la Bestia ha da sempre avuto un grande successo in tutto il nord Europa, molte le versioni teatrali soprattutto in Francia e in Gran Bretagna, in Italia invece, è sempre stata poco diffusa. Delle molteplici produzioni realizzate in tutta Europa, in Italia sono arrivate solo quattro versioni cinematografiche, contando il film animato e quello che verrà preso in analisi, e due televisive.
La prima trasposizione giunta nel nostro Paese risale al 1946, anno del capolavoro francese di Jean Cocteau, con Jean Marais e Josette Day, seguita nel 1976 dall’edizione tv per Hallmark con George Scott e Trish van Devere. Il 1991 è l’anno della Disney che propone una storia lievemente modificata (Belle è figlia unica, il padre è uno scienziato) che ha una caratteristica fondamentale, segno di una nuova generazione e di una nuova visione dell’eroina femminile: Belle è forte e sicura di sé, intelligente e con l’avversione nei confronti di uomini pronti a sposarla e relegarla in cucina. Dal cartone verrà tratta ispirazione per il musical che, realizzato a Broadway nel 1993, arriva in Italia solo nel 2009.
Segue nel 2011 il moderno Beastly (2011) di Daniel Barnz -assolutamente lontano dalla fiaba – con Vanessa Hudgens e un Alex Pettyfer che non è una bestia versione animalesca, ma un giovane ragazzo punito attraverso la deturpazione del proprio viso. Nel 2012, infine, seguendo l’esempio di stravolgimento della trama, arriva in tv la serie poliziesca Beauty and the Beast (2012) in cui la bestia non è altro che un ex militante nella guerra in Afghanistan vittima di un esperimento genetico per creare il prototipo di super-soldato.

Il film di cui si propone l’analisi è l’ultimo esperimento cinematografico riguardante la storia di La Bella e la Bestia. Siamo in Francia e Christophe Gans riprende in mano il soggetto di Cocteau per ampliarne la sceneggiatura e riempire la trama in modo tale da approfondire anche i personaggi marginali. Gans si ispira ad una versione del testo scritta e pubblicata nel 1974 da Madame de Villeneuve in cui, oltre a due sorelle, Belle ha anche tre fratelli.
Quando un film non fa altro che riproporre una storia già nota, ciò che può renderlo o meno un’opera interessante risiede nelle scelte registiche di gestione degli elementi tecnici e stilistici. Gans opta per un particolare connubio tra quella che è la modalità di narrazione e l’accavallamento di più dimensioni temporali.
Attraverso due semplici escamotage narrativi, infatti, riesce a creare e manovrare ben tre differenti temporalità all’interno dell’opera: la narrazione in voice over e il sogno.
Per quanto riguarda la narrazione in voice over, Gans fa sì che la storia di La Bella e la Bestia sia effettivamente una fiaba che una mamma leggerebbe ai suoi bambini. Ci troviamo in un presente non riconoscibile poiché sentiamo solo le voci invadere un ambiente abitativo.
Dalle parole della donna si passa al tempo del racconto, ambientato in era Napoleonica. Questa è la temporalità in cui si sviluppa l’intera vicenda, fatta eccezione per qualche stacco che riporta al presente della voice over.
L’azione prevale in vicende collaterali, un’ampia parte, infatti, è dedicata alla presentazione della famiglia di Belle; il padre, le sorelle vanitose e i tre fratelli, quest’ultimi funzionali allo sviluppo dell’intreccio. La parte romantica che riguarda Belle e la Bestia è effettivamente ridotta al momento della cena, unica occasione che li vede condividere del tempo, lasciando poco spazio alla seduzione e all’innamoramento. Quest’ultima potrebbe essere una vera e propria scelta di forma da parte di Gans: piegare il sentimento all’azione per un pubblico che è alla ricerca continua di spettacolarità e che sa benissimo quale sarà il felice epilogo della vicenda amorosa.
A prevalere, rispetto alle conversazioni tra i due protagonisti, è lo spazio concesso ai sogni. Il sogno è prerogativa di Belle all’interno della storia che viene narrata. È proprio attraverso le sue visioni notturne che Gans inserisce un altro livello temporale: la giovane sogna, infatti, un’epoca lontana trecento anni, nella quale la bestia è ancora un principe. Mediante questo elemento, più utile agli spettatori che non a Belle (lei non riconosce che il principe è la sua bestia), si viene a conoscenza dei motivi che hanno dato il via alla spaventosa metamorfosi dell’uomo.
La vera sorpresa – benché effettivamente lo si possa ipotizzare fin dall’inizio – è che alla fine della fiaba narrata si attiva un raccordo temporale tra storia e racconto, in quanto si scopre che a raccontare la fiaba è la stessa Belle, ormai sposa del principe e madre dei suoi figli.
Dunque, solo nelle ultime scene del film cade l’illusione di essere stati catapultati in periodi lontanissimi tra loro, poiché effettivamente tra il tempo della storia e il tempo del racconto intercorre meno di un decennio.

Cristophe Gans, regista francese amante del mistero e delle atmosfere gotiche e barocche, ha privilegiato per La Bella e la Bestia la fastosità degli ambienti e della natura, entrambi sovraccarichi di oggetti e piante. Inoltre, come anche lo stesso regista ha affermato, emerge chiara la citazione di un’opera animata giapponese di Hayao Miyazaki, La Principessa Mononoke (1997) che si fonda sulla lotta tra i guardiani sovrannaturali che proteggono una foresta e gli umani che vogliono distruggerla. Gans, rifacendosi al cartone, grazie all’uso del digitale, realizza un giardino animato che si scaglia contro chi vuole uccidere la bestia: gli alberi, le rocce, la terra, tutto si antropomorfizza e difende il castello della bestia.
La luce, oltre a rendere l’ambiente fiabesco, è funzionale alla narrazione e alla definizione delle caratteristiche dei personaggi. L’oscurità, com’è normale che sia, predomina nelle inquadrature che riguardano la bestia, facendosi carico del buio che pervade la sua vita e la sua anima assopita. Dall’altra parte, luci soffuse e chiare abbracciano gli spazi in cui si muove Belle, creando intorno a lei un’aura quasi angelica. È interessante notare che, spesso, questa modalità di illuminazione convive in una stessa inquadratura quando sono presenti entrambi i personaggi (il momento della cena in cui sono seduti ai due estremi di una tavola imbandita ne è l’esempio).

La Bella, interpretata da una giovane Lea Seidoux, e la Bestia Vincent Cassel, sembrano essere entrambi protagonisti di due storie differenti che solo poche volte in tutti il film combaciano. Belle è la protagonista incontrastata di tutta la fiaba che ella stessa sta raccontando – in un futuro non troppo lontano -, mentre la Bestia è protagonista dei suoi sogni. Nel finale rocambolesco, dopo il quale ci sarà la rottura della maledizione, le due storie trovano un raccordo che condurrà al vero lieto fine.

Probabilmente un affezionato alla filmografia Disney potrebbe leggere una mescolanza di storie di altre principesse che si fondono in quest’unica opera: le due sorelle di Belle ricordano particolarmente Genoveffa e Anastasia, sia per la fisicità che per il loro atteggiamento nei confronti della sorella minore; Belle sembra una Bella Addormentata, o una Biancaneve, a cui però non serve il bacio per risvegliarsi dal sonno; l’introduzione di piccole creature digitali simili a cani, i Tadum, richiamano i topolini di Cenerentola.

Un vero confronto, secondo molti, andrebbe fatto con il magistrale lavoro di Cocteau. A mio parere si tratta di due opere che in comune hanno solo una cosa: la trama. Provare a mettere sullo stesso piano un’opera raffinata di un grande e poliedrico artista, qual è Cocteau, e un regista elegantemente spettacolare come Gans, risulterebbe una sfida che richiederebbe un alto grado di studio non solo filmografico e filmico, ma anche sociologico. I tempi, la tecnica, il budget a disposizione: tutto è cambiato, ma soprattutto il pubblico – e ciò che cerca – ha subito una mutazione tale da non poter non essere preso in considerazione per fare un confronto di questo tipo. Un pubblico che non è solo italiano, ma internazionale e che ha avuto modi di approccio completamente differenti rispetto alla trasposizione della fiaba La Bella e la Bestia, nello spazio e soprattutto nel tempo.

Annagiulia Scaini

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