You Will Never Forget This Night

Cheap Thrills e il lato oscuro delle nostre anime

Partiamo da lontano. Hai sedici anni, sai suonare quei tre accordi in croce con la tua Fender che ti permettono di essere convinto di avere le basi dello strumento e decidi di mettere su un gruppo con i tuoi amici di sempre. Sala prove nel garage di tuo nonno poco fuori città, batteria in quattro quarti, basso zoppo, chitarra che arranca nel tentativo di tirare giù delle primordiali scale, voce emozionata ma sicura di quello che fa. Visti dall’esterno siete dei disperati, tu e i tuoi compagni di ventura però vi sentite degli eroi e ogni volta che suonate immaginate di essere a Wembley a fare da spalla ai Foo Fighters in quel leggendario concerto dove a un certo punto Grohl fa partire Rock And Roll  dei Led Zep accompagnato da Jimmy Page. Vi sentite invincibili, man mano che provate in cuor vostro vedete migliorarvi visibilmente e siete convinti che la vostra occasione per sfondare sia dietro l’angolo ad aspettarvi. Una sera, dopo le prove, ti capita di vedere un film, si intitola This Is Spinal  Tap. E’ un bel film, un mockumentary che sfrutta l’idea del falso documentario su una band metal per smascherare tutti i sottotesti e tutte le macchinazioni dello show-buisness musicale, quasi a voler offrire una sorta di guida a tutti i musicisti in erba prima che essi possano sperimentare sulla loro pelle che la vita di un gruppo rock non è solo sesso, droga, ricchezza, successo. Tu lo guardi, ridi, ma non riesci a cogliere il messaggio che Rob Reiner e i membri della band ti stanno lanciando. O meglio lo cogli ma non gli dai troppo peso, dopotutto pensi che sia solo una commedia e che tutto ciò che viene raccontato  nel film non sia altro che un’esagerazione di una situazione reale ma comunque pienamente gestibile. Passano i giorni, le prove del tuo gruppo continuano, i concerti si susseguono ma l’occasione che tu e gli altri cercate ancora non arriva. In compenso tu hai visto un altro film, s’intitola Anvil: The Story Of Anvil e si muove sullo stesso solco tracciato dal mockumentary sugli Spinal Tap. Anche qui si descrive il lato oscuro del mondo della musica, fatto di produttori senza scrupoli, concerti non pagati, album che non usciranno mai e musicisti tenuti insieme solo dalla ricerca di un profitto, con la sola differenza che in questo caso gli Anvil sono un gruppo reale, fatto di persone reali, persone che avevano un nome negli anni ’80 ma che ora stanno sperimentando sulla loro pelle i recessi più oscuri dello show-buisness nel tentativo di tornare allo splendore di un tempo. Mentre guardi il film credi che ciò che stai vedendo non ti farà alcun effetto, un po’ come con il film sugli Spinal Tap, poi però arrivano i titoli di coda e dentro di te comincia a fare capolino un certo disagio che si fa sempre più forte man mano che passano i minuti. Sulle prime non capisci come un film del genere possa averti scosso fino a questo punto ma poi ti calmi, ti ricomponi e dopo poco ci arrivi: quello strano amaro in bocca è dovuto al fatto che gli Anvil sono esattamente come te e i tuoi amici rintanati in quel garage, intenti a cavare delle note dai vostri strumenti. Non sono degli attori pagati per girare un film, sono degli artisti con un sogno, proprio come voi e queste stesse persone, in meno di un’ora e mezza ti hanno saputo mostrare il punto più basso di quel mondo dello spettacolo di cui vorresti fare parte. Sei turbato, il giorno dopo torni a suonare ma l’entusiasmo non è più quello degli inizi, un po’ come se dopo la visione del film la grinta degli inizi si fosse sopita, la fiamma si fosse spenta. Una settimana dopo riponi la chitarra nella custodia e la chiudi in soffitta. Non la riprenderai se non tra dieci anni, quando non ti ricorderai più nemmeno come c’era finita lassù.

Quella che abbiamo provato a raccontare in queste poche righe è la storia di uno shock uno shock che, per quanto assurdo possa sembrare, non è poi troppo diverso da quello che coglie lo spettatore al termine della visione di Cheap Thrills, ma andiamo con ordine e cerchiamo, con calma, di fare chiarezza. Cheap Thrills è l’ottimo esordio di E.L. Katz, un thriller con sfumature da horror grottesco che in poco tempo ha fatto guadagnare al regista la stima dei maggiori cineasti indipendenti ed è stato allo stesso tempo il suo biglietto d’ingresso nella squadra del seguito dell’horror antologico The Abc’s of Death. Cheap Thrills è la storia della più lunga notte nella vita di due comunissimi americani, ma è anche, al contempo, uno dei saggi più lucidi ed efficaci degli ultimi anni in merito ai limiti e alle potenzialità della cattiveria insita nell’animo umano. Craig e Vince sono due amici di infanzia che si rincontrano dopo anni probabilmente nel momento più sbagliato per entrambi. Craig, sposato e con un figlio piccolo, ha appena perso il lavoro ed è a rischio sfratto, Vince è un agente del recupero crediti conosciuto per i suoi metodi d’azione non particolarmente ortodossi e dunque sempre alla canna del gas e sul filo dell’arresto. Tra una birra e l’altra nel bar di quando erano ragazzi, i due attirano l’attenzione di un altro cliente, che, dopo le presentazioni li invita al suo tavolo per bere alla salute della sua ragazza che compie gli anni quel giorno. Il nuovo arrivato è Colin, il classico riccone texano che fino a quel momento ha elargito mance come se non ci fosse un domani a tutti i camerieri del bar; strano certo, qualcuno direbbe addirittura sospetto, ma Craig e Vince sembrano non farci caso sulle prime, dopotutto fin quando quest’uomo garantisce loro alcol  gratis va tutto bene. Pur tuttavia le cose ci mettono poco a cambiare; Colin si assicura di aver ottenuto la fiducia della coppia di amici e, in quell’esatto momento, sa che  può iniziare il suo gioco. L’uomo inizia ad offrire soldi a Craig e Vince a patto che i due completino determinati obiettivi. Il gioco parte lentamente e le sfide proposte da questo strano benefattore ai due protagonisti ricordano quasi le scommesse che un qualunque gruppo di amici si lancia a vicenda appena l’alcol comincia a superare i livelli di guardia: cinquanta dollari al primo che si fa uno shot; duecento dollari a colui che si farà schiaffeggiare dalla cameriera; cento dollari a chi riesce a provocare più efficacemente il buttafuori; centocinquanta dollari al primo che riesce a farsi buttare fuori dal locale. D’improvviso però il gioco si complica e quasi senza battere ciglio il texano comincia ad alzare il denaro in palio e i compiti per ottenere i soldi si fanno sempre più violenti e feroci. Mille dollari a chi riuscirà a defecare nel salone dei vicini; diecimila dollari al primo che accetterà di farsi tagliare il mignolo della mano dall’altro; dodicimila a colui che accetterà di mangiare l’appendice appena tagliata. Le ore passano, le sfide si fanno sempre più grottesche e assurde e si arriverà al punto in cui il texano metterà in palio centomila dollari per il primo tra i due che ucciderà l’altro. Cheap Thrills è questo, solo questo. Una struttura semplice ma che al contempo possiede una lucidità sconvolgente per il messaggio che intende lanciare. L’errore più comune che si possa fare è credere che, essendo figlio di una filosofia indie, Cheap Thrills sia gestito da una mente creativa che vede il vuoto attorno a sé, che non guarda al passato, convinta che il mondo del cinema giri attorno a lei. Nulla di più sbagliato. Katz sa esattamente da dove vengono le sue idee e sa esattamente dove vuole puntare con il suo progetto. C’è Haneke dietro Cheap Thrills, c’è l’Haneke scrutatore dell’animo umano, l’Haneke de Il Settimo Continente e di Funny Games, l’Haneke che ti colpisce con la fredda brutalità dei suoi racconti di violenza. Il giovane E.L. Katz però non si accontenta di modellare il germe del suo film sul pensiero di uno dei più grandi registi degli ultimi trent’anni, lui vuole fare di più. Il suo obiettivo è prendere quel germe e trasformarlo aggiungendoci delle varianti che rendano il messaggio che vuole intende lanciare universale, in modo che nessuno possa esimersi dall’ascoltarlo e dall’assimilarlo. Prendiamoci due minuti per pensare e per capire in profondità le intenzioni di Katz. Il film a cui guarda più da vicino Cheap Thrills è Funny Games, questo è ovvio. In entrambi i progetti c’è uno sconosciuto (in Haneke sono due) che irrompe nella vita di una “comunità” che, fino a quel momento, trascorreva la sua esistenza in pace (una famiglia e una coppia di amici) e inizia a sottoporre i suoi membri  a delle prove per piegare le loro difese e per spingerli a gesti estremi (le lunghe ore di sequestro e sevizie in Haneke, le “prove” e le ricompense in denaro in Katz) fino a tragiche conseguenze. C’è però un unico sostanziale aspetto, che separa Funny Games da Cheap Thrills. L’obiettivo alla base del cinema di Haneke è infatti la critica alla borghesia. Al centro dei suoi film ci sono la denuncia e lo svelamento degli ideali perversi alla base di questa classe sociale: la logica del profitto, gli interessi, l’egoismo e via dicendo. Ideali che solo la violenza e la fredda critica del regista austriaco riescono ad esorcizzare e purificare. Ovvio che Haneke con i suoi film si rivolge a tutti noi che guardiamo, ovvio che ciascuno di noi è “borghese” a suo modo, solo che spesso lo spettatore medio sceglie di scappare da questa verità e sceglie di farlo convincendosi del fatto che quel messaggio non è rivolto a lui, come se ci fosse una vocina nella sua testa che costantemente mentre sta guardando il film gli ripete: “non sta parlando con te, tu non guadagni ottomila euro al mese come i suoi personaggi” oppure: “non ce l’ha con te, tu non hai una casa al mare o una barca a vela”. In questo modo ai più refrattari alla filosofia di Haneke viene offerta la possibilità di scappare dalle loro responsabilità, un lusso che Katz non intende offrire ai suoi spettatori. Craig e Vince sono normali. Comunissimi americani medi che, trovandosi in una situazione di indigenza e sottoposti al giusto input (il peggiore, l’elargizione del denaro necessario a vivere) , liberano il lato più gretto, bestiale e “violento” della loro personalità. Craig e Vince siete voi, sono i vostri colleghi di lavoro, i vostri figli, i vostri fratelli, i vostri amici dell’università, Craig e Vince sono i portatori di un messaggio, un messaggio scomodo e difficile da accettare e tuttavia terribilmente reale: tutti, prima o poi, ci troviamo in una condizione di bisogno e tutti, sottoposti a certe condizioni, sappiamo come essere cattivi se in gioco c’è la soluzione a tutti i nostri problemi. Katz, al suo primo film e a poco più di trent’anni, si dimostra un indagatore lucido dell’animo umano, un’abilità che fa il pari con la sua freddezza nel mettere di fronte allo spettatore probabilmente una delle rivelazioni più sconvolgenti che egli potesse mai ricevere. A fine film, sai che ti ci vorrà un po’ per metabolizzare il messaggio che ti è stato lanciato, ma una volta fatto ciò, ti senti stranamente cresciuto, più maturo, ti senti come il sopravvissuto di uno scontro contro la nemesi che non si vorrebbe mai incontrare. Nessuno però, ti restituirà la tranquillità che avevi prima di vedere il film, quella tranquillità che ti è stata portata da uno degli shock più violenti a cui sei mai stato sottoposto. Un po’ come quando, da ragazzino, hai scelto di  sfuggire al messaggio che ti lanciavano disperatamente gli Spinal Tap ma non hai potuto fare a meno di evitare la verità alle spalle degli Anvil.

 

Alessio Baronci

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