Still Alice

Still Alice, l’ultimo lavoro firmato da Richard Glatzer, è stato presentato al festival internazionale del cinema di Roma lo scorso 17 ottobre. Il film vede una meravigliosa Julianne Moore affetta dal morbo di Alzheimer e segue l’evoluzione della malattia non solo dal punto di vista della protagonista, ma anche della sua famiglia. Il regista è riuscito a rendere in immagini, grazie anche alle nuove tecnologie e macchine da presa che permettono di lavorare sulla profondità di campo con grande autonomia, l’esperienza di questa donna, il suo spaesamento. Ma Alice Howland (Julianne Moore) è sin dalla prima scena il nostro punto di riferimento, il fulcro della narrazione, del quadro, così come quello della propria famiglia. La prima scena, che ci presenta chiaramente tutti i personaggi e le loro relazioni in brevissimo tempo (e per questo ringraziamo sempre Glatzer, anche sceneggiatore del film insieme a Wash Westmoreland con cui firma la regia): Alice è il perno della famiglia, John (Alec Baldwin) è il marito con una sorta di ossessione per il lavoro, ma che, nonostante ciò, è presente per la sua famiglia, Anna (Kate Bosworth) la figlia “perfetta” con il marito dolce e tranquillo, e Tom (Hunter Parrish), dottore come il padre, ossessionato dalla medicina. L’unico componente della famiglia assente durante la prima scena (la festa di compleanno di Alice) è Lydia (Kristen Stewart) che già da qui dimostra di avere un legame conflittuale con la famiglia. Lydia è infatti la pecora nera, quella che non ha fatto il college per cercare di diventare attrice, aiutata dal padre e “ostacolata” dalla madre che spera ancora in un ritorno della figlia tra i banchi di scuola. Gli sceneggiatori hanno, attraverso questo personaggio, costruito una sottotrama che resta tale senza intralciare la trama principale (costruita secondo un modello che corrisponde alla perfezione ai dettami di McKee): spesso il personaggio di Lydia e le sue problematiche sono relegate  in secondo piano attraverso l’uso di differenti espedienti narrativi (vive dall’altra parte del paese e utilizza Skype con la madre ad esempio), ma allo stesso tempo sorregge e si interseca costantemente col filone principale (vedremo più avanti come). Ritornando alla narrazione, lo spettatore si trova ad accompagnare Alice Howland, famosa insegnante di linguistica, nella sua perdita della sua normalità, ma mai del self: la Columbia Univeristy, luogo che dovrebbe essere tra i più familiari, risulta alla protagonista, dopo poche sequenze del film, sfocato, così come viene presentato allo spettatore. Se Alice occupa il centro del quadro in una perfetta messa a fuoco, la macchina da presa svolge un movimento a spirale intorno a questa, non un piano sequenza, bensì un movimento che si associa a un montaggio frammentato che destabilizza ancor di più la percezione dello spettatore. Il paesaggio intorno ad Alice risulta così tanto sfocato come confuso, avvicinando lo spettatore ad una possibile immedesimazione con la protagonista, ma allo stesso tempo costruendo con questa una distanza. Ricordiamo infatti come lo spettatore si trovi frequentemente ad assistere a soggettive che gli consentono una piena immedesimazione con l’eroe nel cinema hollywoodiano. In questo caso, il mancato uso della soggettiva risulta ottimale e può essere maggiormente espressiva di quella che sarebbe stata la soluzione “classica” (la soggettiva appunto), andando così a destabilizzare i canoni del cinema hollywoodiano che, come si sa, in fondo non è cambiato molto dagli anni ’20. Così il regista non si discosta molto dal paradigma hollywoodiano senza dimenticare di aggiungere qualche nota stilistica personale, raccontando quello che per certi versi può essere considerato un melodramma. Altra sequenza memorabile ed esplicativa di ciò che effettivamente il regista vuole dirci è quella che vede Alice impegnata in un discorso ad una condensa per l’alzheimer in cui esprime tutta la sua paura, ma anche il sollievo che prova nel vedere la famiglia vicina. Potremmo aggiungere inoltre come anche la tecnologia giochi un ruolo importante: se nel medical dramma si affronta costantemente il tema psicologico dello scontro con la malattia, Still Alice fornisce una soluzione, benché sia temporanea. Alice sfrutta l’utilizzo delle ultime tecnologie, lo smartphone in particolare, per verificare la propria memoria, ma anche come surrogato stesso. Questa posizione è molto vicina a quella di numerosi teorici e sociologi che vedono una ibridazione dell’essere umano con la tecnologia, ibridazione sempre più evidente, ma che passa in secondo piano. Infatti Alice sfrutta la memoria del cellulare per scrivere i propri appuntamenti, controllare le ricette che prima della malattia conosceva a memoria, ma si serve anche del computer e del video per lasciare a se stessa un messaggio: la Alice del “passato” ha lasciato tutte le istruzioni all’Alice con l’alzheimer per mettere fine alla propria vita. Una sequenza estenuante, dal ritmo convulso, dove la ripetizione dei gesti di Alice e delle inquadrature sono l’essenza stessa della sequenza, una scena commuovente, come lo è d’altronde un po’ tutto il film, che tratta anche un altro elemento interessante, quello della memoria. Il film mostra a livello diegetico come sia fondamentale la funzione della memoria dell’essere umano, ma anche, attraverso la sequenza di cui abbiamo parlato poco sopra, come il cinema possa sostituirsi alla memoria umana.

 

In conclusione il film risulta essere una interessante rivisitazione di un genere che stava perdendo rilevanza mediatica e connotandosi come possibile canone per futuri film che sensibilizzino il pubblico nei confronti di malattie di cui, almeno fino a poco tempo fa, si evitava di parlare.

Gabriela Primicerio

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Gabriela Primicerio

Laureata alla Sapienza in Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche, ha conseguito il diploma di Master in Gestione della produzione cinematografica e televisiva presso la Luiss. Costantemente in cerca di nuove sfide professionali.