Rinascita di un genere tutto italiano

La conferma di Perez

Il cinema si iscrive in quella sfera d’oggetti culturali capaci di definire una particolare identità sociale, esso si esprime coadiuvando arti e intelletti disparati in una forma che richiede d’essere un cult, e in cui ci si possa rispecchiare, dalla quale trarre esperienza ed emozione. La cinematografia è l’espressione di una visione condivisa e originale, in cui anche il più astratto dei prodotti ha un suo riferimento nella realtà da cui è generato. La storia del cinema italiano, come ogni altra, rappresenta l’andamento di una consapevolezza degli eventi che ci circondando, e di cui siamo, consapevolmente o meno, vittime. Eppure la sua rappresentazione, nella mia immaginazione, è vicina a un cardiogramma irregolare, tra battiti appassionati e momenti di asfissiante apatia interrotti da sporadici picchi. Siamo sempre alla ricerca di qualcosa che possa raccontarci, che esprima i nostri desideri e le nostre velleità, un onere che gli artisti e i nostri tecnici si assumono con solerzia e fatica. Per questi motivi la critica deve tener sempre conto dello sforzo, e riconoscere sempre quando buona fede e qualità sono riversati nei prodotti che sono chiamati (non certo dagli artisti, i quali forse preferirebbero che ci facessimo i fattaci nostri) a giudicare. Durante il Festival internazionale del Cinema Venezia è stata condivisa le sensazione che la fitta nube che ha avvolto il cinema italiano si stia pian piano diradando lasciano una visione lucida e brillante; nuove prospettive, a dispetto della crisi che continua a imperversare, si intravedono all’orizzonte.

Veniva voglia di gridare che un nuovo genere italiano si sta distinguendo nel panorama internazionale, raccogliendo consensi e applausi ai quali timidamente si aggiungono gli stessi italiani, forse stanchi di riempirsi la bocca di scettico codardo.

Siamo di fronte a un’ondata di entusiasmo e di un riconoscimento che ci si augurava da anni, con l’uscita nel 2014 di ben tre importantissime produzioni legate da un file rouge nemmeno troppo velato.

 

Dal neo-realismo la cinematografia italiana ha cercato una forma sua propria, finendo negli anni novanta a essere dipinta nel cine-panettone, una visione limitante e anno dopo anno sempre più squallida e ritrita. Seppure non si possa ricondurre tutto un decennio a questa produzione, è certamente la prima espressione di un’impasse sociale devastante. È proprio alla luce di questo baratro che il salto diventa ancora più impressionante, considerando che questa rinascita proviene da quel sud che a Natale ha mangiato troppo panettone e che oggi vuole rendere giustizia alle sue tradizioni e alla sua essenza. È il coraggio, nonché il senso degli affari e dell’arte, che abbiamo maturato durante l’eclissi della cultura, così che oggi parliamo un linguaggio internazionale, ma fedele a noi stessi. Un genere che è del tutto italiano quello del criminal noir, di cui stiamo dettando il canone, e che con l’uscita di Perez e Anime Nere nelle sale confermano la nuova tendenza e il carattere oscuro e introverso delle storie e dei personaggi di una nuova Italia, bagnata dal sole e dal sangue.

 

Una colata di fascino e nero sangue dagli schermi, capostipite del genere è Gomorra, il film del 2008 di Matteo Garrone, nato dal caso letterario del giovane Roberto Saviano il cui libro ha fatto il giro del mondo, a differenza dell’autore il quale invece ha avuto come premio notorietà, infamia e reclusione. Perez, coetaneo di Anime Nere, e posteriore al gioiellino chiamato La Bas, è il figlio cinematografico della serie Gomorra, con cui condivide sia l’attore Marco D’amore e il tema della camorra, sia la gamma di colori che vanno dall’azzurro freddo ai toni scuri del grigio. Perez è un film che ripercorre luoghi di una Napoli lontana dalle immagini da cartolina, dove anche il Vesuvio è messo in una prospettiva insolita, che non nasconde il circondario edilizio, anzi lo evidenzia in una visione ampia con una prospettiva appiattita, illuminato dalla luce del vespro che non sottolinea la romanticità della notte né lo splendore del giorno, inscenando invece la sua torbida ambiguità e la mole immobile. Il racconto è incorniciato dalle simmetrie del centro direzionale, luogo lontano dalla quotidianità della Napoli bene, ma che rimane negli occhi dei visitatori come zona altra, diversa, stonante. Perez non è però un film di denuncia, sfrutta con tatto e intelligenza una realtà odierna, ma non la distorce, si tratta di un’operazione perfettamente cinematografica, c’è interesse nel far cinema, nell’immaginare possibilità, vite e situazioni di un presente verosimile e vicino. Edoardo De Angelis scrive, infatti, che è affascinato dall’incontro tra persone per bene e criminali, dalle scelte che ne derivano, dall’ambiguità morale che spesso si genera. Non sappiamo mai chi ci troviamo di fronte, e quasi potremmo non conoscere noi stessi; forse è questo il senso di tutti i riflessi presenti nel film, dei personaggi dal carattere così sfumato, dagli sguardi sfuggenti. Forse le uniche personalità che hanno una solidità diversa sono due: Luca Buglione, il camorrista pentito (è bello notare attraverso il film come sia fallace la definizione giuridica e quella reale di “pentito”), e la figlia Thea, dal nome parlante, bella e sanguigna, mediterranea nelle labbra, nello sguardo, nell’amore e nella voce. Il film di De Angelis mette in scena un dramma che chiama in causa l’essenza stessa dei personaggi coinvolti, da una parte rendendoli contingenti al sistema, dall’altra innalzandoli ad archetipi, il rapporto padre figlia, il caso dell’amore maledetto, la sconfitta della così detta mezza età. Tutti i personaggi sono collegati da un filo, che con l’incalzare della storia si stringe e li avvicina fino a farli scontrare. Tale dinamica mette in moto una dialettica che Hegel chiamava servo-padrone, intendo semplicemente che i personaggi assumono diversi ruoli e posizioni di potere durante tutta la vicenda. È proprio il capovolgimento della posizione di inferiorità/dominanza che creerà giochi di potere capaci di dare nuove ed inaspettate prospettive. Veramente abbiamo l’impressione di assistere a una partita a scacchi dal finale incerto, bianchi contro neri, uomini onesti che si ritrovano in un reciproco rapporto di interdipendenza con i criminali, un incontro e un rapporto che merita di essere indagato a fondo, una condizione che ogni napoletano deve affrontare e di cui è protagonista.

Sicuramente il fascino di un territorio dipende soprattutto dal fatto che può contemplare in sè grandi contraddizioni, in questo il sud ha una storia e un presente travagliati, eppure non ci troviamo più, come accadeva negli anni ‘60 e ‘70 nel caos folcloristico e morbido dei Quartieri Spagnoli, ma nella spigolosa e lucida area industriale riprogettata e riadattata ad uso d’uffici, oppure immerso nel buoi dello scempio di Villa Literno, abbandonata e deturpata, ancora sede di allevamento delle bufale e zona franca del potere camorristico. L’impatto visivo del film è molto forte, l’impietosa simmetria dei grattacieli, il loro specchi e le loro proporzioni fanno a pugni con l’implacabile disordine generato dalla città, dalle menti tribolate dei criminali e della rassegnazione esistenziale dei suoi abitanti; il felice connubio di regia e fotografia ci lascia stupiti e attoniti. La prima scena, in cui ci troviamo parati di fronte l’imponente muro in una discesa lineare, mi ha sorpresa e lasciata ammirata, il messaggio è espresso dalla voce di Luca Zingaretti, come per ribadire un destino ineluttabile rappresentato dallo stesso ambiente in cui ci si trova inseriti (o condannati, che dir si voglia). Durante tutto il film, il tema del riflesso e del rispecchiamento è costante, come a voler indicare un distacco perenne dal sé, il doppio che ci perseguita e che ci si presenta dinnanzi come effige e simulacro, come immagine sconnessa del proprio essere in vita.  

 

Durante l’intervista con Edoardo De Angelis, toccando questo tema, il regista ha affermato:

 

“Il riflesso non è soltanto una scelta estetica, ma facendo riflettere sempre i personaggi nell’ambiente, ho voluto raccontare una sorta di continuo problema d’identità dei personaggi proprio perché i non-criminali e i criminali si incontrano nella zona grigia, rappresentata nel  microcosmo di Napoli del centro direzionale. Soprattutto Perez, che è il fulcro del racconto, con una dimensione di scollamento tra la vita che lui conduce e la percezione della vita che lui ha attorno a se. Questo lo racconto sia attraverso la voce fuori campo, sia attraverso il continuo riflettersi della sua immagine negli specchi. Ma non solo, se ci fai caso nella scena del bagno, quando lui parla o crede di parlare con Buglione, attraverso la porta del bagno, lì abbiamo messo la luce in modo tale che la sua immagine si riflettesse come un’ombra nella porta per dare, con la messa in scena e la fotografia, l’impressione che lui stesse parlando con se stesso, che poi è quello che veramente succede. Questo gioco di continui riflessi appartiene al fulcro tematico del film, che è un racconto sull’identità.”

 

Demetrio Perez vive questa condizione, è un uomo il cui aspetto e il cui operato quotidiano trasudano rassegnazione, inerzia, mediocrità, il film lo coglie nel suo ambiente, nel suo lavoro d’avvocato d’ufficio, nel suo mondo familiare, unico universo a cui tenta di rimanere aggrappato, da sconfitto però. Perez è un personaggio costruito attraverso una regia tesa a rendere l’ambiente adottando lo sguardo del protagonista, abbiamo la sensazione di osservare la nostra vita attraverso un binocolo, come se l’io fosse in un luogo molto lontano rispetto all’azione e al presente. Una scena emblematica è quella della corsa: l’ambiente simmetrico si costruisce attraverso le verticali dei grattacieli che disegnano dei muri infrangibili, l’uomo trascina il peso del suo corpo con slanci stanchi, l’andare avanti è uno sforzo compiuto meccanicamente e prevale nello sguardo un grigio malinconico e freddo. La costruzione del protagonista, la sua complessità, sono frutto di un lavoro congiunto tra regista e attore. Con queste parole De Angelis racconta la collaborazione con Zingaretti:

 

“Con Luca abbiamo cominciato a lavorare da subito prima ancora di avere la sceneggiatura, sul soggetto abbiamo lavorato e lui era felice e abbiamo costruito assieme questo personaggio. Quindi lui ha seguito tutte le fasi della lavorazione, tanto è vero che è diventato coproduttore del film per favorirne la lavorazione.”

 

Il film presenta un suo equilibrio formale, durante la prima parte abbiamo già tutti gli elementi fondamentali del racconto, le atmosfere e il sapiente suggerimento di quello che accadrà ineluttabilmente. Il ritmo del film fino a questo punto è irregolare, è come il respiro dell’ansia, del malessere psicologico, a volte lento e asfissiante, altre volte è spezzato e convulso. Abbiamo vari spunti di riferimento, il tribunale, la storia d’amore impossibile, il dramma esistenziale di un uomo. Tutto ruota attorno a Demetrio Perez, il suo immobilismo lo rende spettatore passivo della sua vita. Pian piano però vediamo crescere qualcosa di oscuro, si insinuano sempre più venature sinistre, monta in Demetrio un sentimento che tinge tutta la vicenda e la rende noir. La forza del film è nella sua classicità, la struttura sottesa rende precisamente un racconto originale ridando vita al genere.

Intervistando personalmente il regista, è proprio dall’aspetto di contemporaneità del racconto, che si dà in una perfetta armonia strutturale, che la discussione ha avuto inizio. Osservando la serialità di certe produzioni italiane vediamo che c’è una crescita dell’interesse e uno scambio costruttivo all’interno di filone cinematografico che si sta definendo formalmente.

 

“Dici bene quando fai riferimento ai canoni classici con Perez, perché avevamo voglia di fare un racconto noir. Non perché avessimo scelto di fare il genere noir, ma perché il sentimento che volevo rappresentare si esprime bene attraverso alcuni stilemi del genere, il film parla fondamentalmente di un individuo che è alle prese con il proprio lato oscuro. E quindi lo seguiamo attraverso la sua discesa negli inferi. Tutto ciò che gli accade, per quanto sia ispirato alla realtà, si rifà a un meccanismo evocativo di personaggi, che sono simbolici. Non c’è stata una scientifica volontà di innovare un genere, così come non c’è stata la scientifica volontà di utilizzare un genere. Io penso di muovermi liberamente, e quindi utilizzo di volta in volta, a seconda del sentimento che mi interessa raccontare in quel momento, il genere che mi serve. Qui rispetto a Mozzarella Stories avevo un desiderio di atmosfere più cupe, più angoscianti, per raccontare li riscatto, il rialzarsi in piedi di un individuo in ginocchio, piegato. E mi piaceva l’idea di rievocare attraverso la storia di un singolo, la storia di una città e di un paese in ginocchio, e che vede in questo racconto la possibilità di rialzarsi. Gli ingredienti del successo francamente non li conosco, ma vedendo quello che sta succedendo in questo periodo in Italia come produzioni cinematografiche, e anche come il pubblico reagisce, penso che più che altro è un momento in cui tutti noi, perché anche io quando sono in sala sono uno spettatore, abbiamo bisogno di esplorare sentimenti, nella particolarità della visione collettiva di un film, veri. Di esplorare le membra del corpo umano attraverso la sublimazione della finzione cinematografica, ma ho bisogno di verità.”

 

Un altro sunto che ricollega Perez al genere classico noir è la femminilità. Nel film è presente una sola donna, la figlia Thea, che come Padora, ha un’ambivalenza, è la generatrice del conflitto, ma anche colei che mette in moto l’azione del protagonista, e quindi il suo cammino verso il riscatto.

 

“Di Thea se ne può parlare da vari punti di vista, da quello più squisitamente narrativo, è un po’ l’oggetto del contendere tra Perez e il suo fidanzato. All’interno dello stilema noir è la donna che porta guai, e per difenderla si arriva fino in fondo. Poi il personaggio ha un ribaltamento molto umano, e già ci allontaniamo dal noir, alla fine del racconto, c’è un cambiamento nella ragazza, riprende consapevolezza di se stessa e, paradossalmente, accettando il suo ruolo di figlia, comincia realmente a diventare donna. Questo attiene più che a delle motivazioni narrative, anche se ce ne sono, a una scelta più di tipo umano. È lo spessore umano che desideravo passasse in questo racconto. Thea è un personaggio vicino alla realtà, caratterizzato all’inizio dalla sfrontatezza, dalla presunzione di detenere già gli strumenti per comprendere il mondo. Poi scopre nel peggiore dei modi che non è così, e quindi già ammettendo la propria imperfezione incomincia a crescere. C’è una vela melò che mi tenta sempre, tanto è vero che la storia di Corvino e di Thea è velata di melodramma, perché è un amore impossibile, tanto è vero che proprio quando raccontato a Marco D’Amore il film, l’ho presentato come una storia d’amore, non una storia criminale. C’è quella battuta che è chiara nell’interpretazione del rischio che corre il personaggio di Francesco Corvino, quando i suoi parenti lo abbandonano e gli dicono: la fessa è più pericolosa della pistola. Lui ha scelto di cambiare strada per l’amore della donna e questo lo porterà alla morte. “

 

L’originalità si esprime in varie forme, consiste nella capacità di stupire e insieme interessare; non si può immaginare sempre che la violazione delle regole cinematografiche equivalga a un’innovazione rilevante, la produzione costante di opere distinte, qualitativamente impeccabili, vanno a rappresentare la corrente artistica e professionale italiana.

 

Matilde Trifari

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