Perdona, do you parles Italiano?

Fin da quando ha fatto la sua comparsa in Italia, l’audiovisivo è sempre stato adattato e doppiato.

Rispetto alla tematica del doppiaggio, il nostro Paese può senza dubbio vantarne il primato: che sia per il cinema, per la tv, per l’home video, tutto ciò che proviene dai mercati esteri viene sottoposto alla pratica dell’”italianizzazione”.

È una vera e propria tradizione tutta italiana che non trova un riscontro alla pari in altri Stati e Nazioni dove, invece, si opta più volentieri per la sottotitolazione mantenendo in questo modo inalterata la performance originale dell’attore.

Non bisogna comunque ignorare il fatto che, negli ultimi anni, con la diffusione dello streaming online, come anche delle opportunità di vedere in anteprima film e serie tv a pagamento con solo la sottotitolazione, il pubblico italiano ha cominciato a guardare spettacoli in lingua originale. Questo fenomeno ha permesso che una grande fetta degli spettatori iniziasse a prendere coscienza non solo delle qualità degli attori, ma anche e soprattutto dei difetti e pregi del doppiaggio.

Oltretutto, non pochi cinema e sale si sono “convertite” alla proiezione dei film in lingua originale, che vengono proposti nella programmazione accanto al film doppiato, lasciando allo spettatore la scelta.

Capita frequentemente di confondere il doppiaggio con l’adattamento, due facce della stessa medaglia che, però, non sempre sono portate avanti dalle stesse figure. In molti casi le voci si sposano perfettamente con il ruolo e l’attore, ma non si può dire la stessa cosa sulle scelte di adattamento: le critiche mosse al doppiaggio, in questo caso, non sono altro che puntualizzazioni su un errore (o anche una scelta) di adattamento.

Adattare un’opera di fiction significa lavorare in un mondo complesso e ricco di sfaccettature legate, quest’ultime, alle suggestioni che derivano dall’uso di suoni e parole in ogni contesto nazionale. Nelle opere audiovisive la sincronizzazione con il labiale, poi, aumenta il livello di difficoltà.

Un altro limite che si ripercuote sull’audiovisivo si presenta quando si tratta di film che sono traduzioni “adattate” di libri: caso esemplare è la saga di Harry Potter, i cui film, in Italia, sono scesi a patto con l’adattamento italiano del libro nel quale i nomi di molti dei protagonisti sono stati del tutto modificati a causa, si può ben dire, di scelte editoriali. Solo per citarne alcuni, Neville Paciock nella versione originale è Neville Longbottom; l’anziano preside di Hogwarts Albus Silente è in realtà Albus Dumbledore, così come la severa professoressa Minerva McGranitt è Professor McGonagall. Risulta chiaro come la connotazione caratteriale dei personaggi nati dalla mente di JK Rowling abbia influenzato la traduzione dei nomi in italiano, al fine probabilmente di creare un’assonanza, tutta made in Italy, tra aggettivi e nomi propri. Non è difficile accomunare Silente all’aggettivo sapiente, Paciok ad impacciato e McGranitt a qualcosa di forte e autoritario.

Non di ultima importanza è, infine, la questione delle voci. Com’è stato accennato, la ricerca di un doppiatore viene condotta al fine di trovarne uno non solo bravo, ma innanzitutto calzante al personaggio a cui dovrà prestare la voce.

Ci sono casi in cui il doppiaggio raggiunge livelli magistrali e, in qualche modo storici, tant’è che diventa difficile accettare una nuova voce: lo spettatore riconosce di essere davanti ad un “nuovo attore” e spesso si crea un gap difficile da colmare. Ad esempio, una grande fetta di pubblico italiano ha accettato con fatica le nuove voci della famiglia Simpson, oppure il nuovo doppiatore del famoso Dr. House. Al cinema una cosa simile è avvenuta con il personaggio di Gandalf de Il Signore degli Anelli.

Ultimamente, però, anche il pubblico generalista italiano ha cominciato ad abituarsi a seguire i film in lingua originale e certamente questo è il modo migliore per cogliere ogni sfumatura dell’interpretazione di un attore e non solo la sua gestualità.

Senza dubbio vedere e ascoltare un film in lingua originale è una vera e propria esperienza che implica una mediazione minore rispetto alla stessa opera doppiata: dopo una prima fase di difficoltà, ci si cala profondamente nel film perché è come se ci si sentisse ancora più vicini del solito ad attori e personaggi.

I limiti della visione in lingua originale rimangono comunque ancorati alla presenza, praticamente indispensabile nel nostro Paese, dei sottotitoli.

Sono pochi gli italiani in grado di sostenere un intero film in lingua senza fruire della traduzione dei dialoghi.

Ciò che spinge uno spettatore ad optare per il film doppiato si cela proprio dietro uno degli inconvenienti collegati alla sottotitolazione. Alla conquista della performance attoriale, o meglio dell’espressività “vocale”, fa da controparte la perdita della gestualità e dell’azione sullo schermo, dovendo lo spettatore prestare attenzione alla scrittura e allo stesso tempo all’immagine in movimento.

A questo punto si crea un duplice movimento di ricerca e respingimento del film in lingua originale: chi ama una visione classica non è intenzionato a complicarsi la vita, non ne sente la necessità, perché in Italia siamo fondamentalmente cresciuti imparando ad apprezzare il lavoro dei doppiatori sul film; d’altra parte, chi inizia ad avventurarsi nel mondo della lingua originale (sottotitolata o meno) con l’avanzare del tempo sarà sempre più incapace di piegarsi al doppiaggio, spinto dalla curiosità di conoscere davvero come recita Leonardo Di Caprio e non Leonardo Pezzulli, o George Clooney invece di Francesco Pannofino.

Nonostante si parli spesso di “crisi del doppiaggio”, resta assodato che l’Italia ne ha ancora bisogno, ma già la convivenza tra originale e doppiaggio è un ottimo compromesso per accontentare chiunque voglia vivere un’esperienza filmica su misura.

Annagiulia Scaini

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