Made of limestone

Run away or stay in the place where we were born. 

In me ci sono sempre stati due pagliacci, oltre gli altri, quello che chiede soltanto di starsene dov’è e quello che s’immagina che più lontano si stia un pò meno peggio.

Samuel Beckett, Molloy, 1951.

Quando giorni fa pensavo al film da trattare in questo numero, mi sono resa conto che in mente avevo altro, non riuscivo a scegliere un film a causa di un documentario che mi era entrato in testa e non riuscivo a liberarmene, per due motivi in particolare: da un lato perché a pochi giorni prima della mia partenza per l’Inghilterra, mi aveva indotta ad una serie di riflessioni sulla mia terra e su ciò che stavo lasciando; dall’altro perché l’ho trovato semplicemente e sinceramente bello. Made of Limestone infatti è quel tipo di visione che squarcia il cuore, induce a pensare, tanto, non ti si scrolla di dosso e ogni sua parte ti si imprime nell’animo e destabilizza.

Andrea e Marco Nasuto, due fratelli di Manfredonia, dopo la laurea, hanno ricevuto offerte di studio e lavoro in America e in Inghilterra ed è proprio difronte al dilemma se andar via o rimanere in Italia che è nata l’idea filmica del documentario. Girato con un budget di poco più di 20 euro, racconta luce e oscurità del Gargano che non è altro che l’esempio, il particolare, rappresentante di quelle dinamiche storiche e quotidiane, che accomunano nello specifico il sud Italia, ma più in generale tutta la penisola.

Quella che raccontano è la verità, a più voci, di un territorio che ha del bello, ma anche del difficile; si raccontano persone che partono con la speranza di voler un giorno ritornare, altri che invece rimangono e con i loro progetti ogni giorno compiono piccole e grandi azioni per migliorare il proprio territorio. Sfruttando la scintilla dell’arte, chi resta usa il pretesto artistico in contesti socialmente impegnati per migliorare una situazione che sembra statica, immobile. Si parla infatti di “fatalismo” ad un certo punto, quell’abitudine che spaventa i più e li costringe in qualche modo a partire lasciando la città natia, perché ormai troppo stretta, per qualcosa di più e che va oltre l’ordinario con la volontà di migliorarsi altrove. Un po’ ciò che accade ad Edward Bloom nel film Big Fish, Le storie di una vita incredibile, dopo aver letto la storia del comune pesce rosso: “tenuto in un piccolo vaso, il pesce rosso rimarrà piccolo, in uno spazio maggiore esso raddoppia, triplica e quadruplica la sua grandezza”, spingendolo ad andar via dalla piccola cittadina di Ashton perché non “abbastanza”. E’ proprio la situazione di impasse che spinge chi resta a migliorare l’ordinarietà di un territorio rinchiuso nell’ancestrale condizione e convinzione di topos del sud Italia.

Pescando nel passato, vien fuori la storia di Nicola Lovecchio, un uomo che lavorava presso l’Enichem di Manfredonia, uno stabilimento che produceva fertilizzanti. Nicola, a causa di un’ esplosione fu esposto al pericolo di una grossa quantità di arsenico e che contaminò tutta la zona; gli fu diagnosticato un cancro ai polmoni. La lotta che intraprese, non fu solo contro i responsabili dell’azienda, ma dimostrò la volontà di voler combattere per riappropriarsi del diritto di vivere, di farlo per tutelare i suoi figli in una terra che “non offre nulla, nel momento in cui hanno maggiormente bisogno”. La sua storia, perlopiù sconosciuta, è intrisa di coraggio, quel coraggio che lo indusse a non lasciarsi andare all’inerzia della malattia ma a battersi per dimostrare la verità, riappropriandosi del diritto di raccontarla così come era stata vissuta, con la sua “dignità di uomo”.

Il leitmotiv del documentario è la corsa. Si tratta di una corsa che unisce in un unico percorso non solo le storie dei protagonisti, ma i luoghi del Gargano. I luoghi reali, che si toccano con le mani, si calpestano con i piedi e che riconosci nei film di grosse produzioni cinematografiche, come Il sole scotta a Cipro di Ralph Thomas, del 1964, girato tra gli Studios di Londra e poi a Manfredonia, ricordandomi quelle sensazioni che provo quando vedo film girati nella mia terra, in Basilicata; vedo luoghi che conosco da sempre, quelli del sole, del mare, del vento e della sabbia, dei monti, della terra brulla, luoghi che sono miei, nostri e che solo sul grande schermo appartengono ad un altro posto, ad altri protagonisti, ad un’altra storia.

Poi i luoghi della memoria, dei nostri ricordi, che non sono tangibili come la “pietra”, ma lo diventano nel momento in cui si concretizzano nei racconti lontani dalla nostra terra. Ricordi che riprendono forma e colore. In Made of Limestone, grazie ad un montaggio che ho trovato quasi poetico, insieme all’esatta descrizione della sensazione di quando si ritorna a casa durante le festività, vi sono una serie di immagini nostalgiche che esplodono di colori e riempiono lo schermo e gli occhi. Viaggiano sullo stesso binario infatti immagini, musica e parole al punto che chiudendo gli occhi, sembra quasi di sentire i profumi del posto, o, come ricorda un intervistato, si può perfettamente distinguere il suono tipico degli zoccoli di legno sull’asfalto che risuona tra le mura dei vicoli, scandendo il silenzio del pomeriggio.

 

La corsa “attraverso” luoghi, ricordi, storie di gente che a prescindere dalla decisione di partire o rimanere, ama ritornare, si porta dietro una scia di parole quali genuinità, resistenza o straordinarietà che spessissimo vengono utilizzate e alle quali anche io sono molto affezionata, come se pronunciandole si riuscisse in qualche modo a rimanere in contatto con le nostre origini, marcando il sentiero che riporta a casa.

Elisabetta Matarazzo

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Elisabetta Matarazzo

Elisabetta Matarazzo, classe 1988. Laureata nel 2011 in "Letteratura Musica e Spettacolo" e nel 2013 in "Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche", presso l'università di Roma la Sapienza.