Lo sguardo di Michelangelo

A pochi giorni dal centoduesimo anniversario della sua nascita, il mio omaggio a Michelangelo Antonioni passa attraverso l’analisi di quello che, a mio avviso, si costituisce come il suo assoluto capolavoro. Parlo de L’avventura, spartiacque di rilevanza decisiva per la creazione di un canone cinematografico nuovo.


Nel clima afoso della Sicilia, il Sandro di Gabriele Ferzetti rovescia volontariamente una boccetta d’inchiostro sulla bozza del progetto di un capitello dalle linee arzigogolate e barocche, una lampante sineddoche dell’arte del passato. In quel gesto scattoso e a prima vista incomprensibile c’è in nuce tutta una poetica: quella di Michelangelo Antonioni che con L’Avventura apre la sua trilogia esistenzialista ed edifica nel contempo una delle tappe più rigorosamente perfette e compiute del cinema moderno.
Il regista ravennate proclama in modo programmatico “la fine delle grandi narrazioni”, il disagio dell’uomo contemporaneo nei confronti del mondo, la consapevolezza del declino delle certezze nei confronti di un reale insensato e inconoscibile e lo fa attraverso un cinema che prende le distanze dal prepotente modello hollywoodiano che per decenni ha egemonizzato le produzioni cinematografiche. Causalità di una narrazione in cui ogni scena è funzionale all’evoluzione dell’intreccio, personaggi pieni che si risolvono nelle loro azioni, psicologie appiattite e prive di nodi inspiegabili. Nell’Avventura tutto questo svanisce e lascia spazio a una struttura aleatoria e rarefatta: Antonioni privilegia i tempi morti e le sospensioni enigmatiche, i personaggi vagano incerti sullo schermo, privi di motivazioni e carichi di nodi tormentati sedimentati in un inconscio inaccessibile, la storia non c’è e quando pure sembra esserci non procede. La protagonista Anna (Lea Massari) sparisce dopo 40 minuti. Gli altri personaggi si prodigano nella sua ricerca ma a poco a poco il mistero si sfalda e le dinamiche della macchina da presa investono la relazione che nasce tra Sandro e Claudia, frastagliata anch’essa, piena di ascensioni passionali e discese nell’abisso dello spleen. Alla fine del film, di Anna non c’è traccia e paradossalmente nessun personaggio sembra più preoccuparsene (“Pochi giorni fa, all’idea che Anna fosse morta, mi sentivo morire anch’io. Adesso non piango nemmeno. Ho paura che sia viva. Tutto sta diventando maledettamente facile: persino privarsi di un dolore”). Ma insieme a questo capovolgimento totale dei canoni della narrazione classica, Antonioni si prodiga nella realizzazione di una pellicola che si fa specchio simbolico di una nazione. D’altronde è il 1960, l’anno in cui nel Bel Paese maggiormente si risentono gli effetti del boom economico, l’anno in cui il guado che conduce l’Italietta agricola al grado di potenza industriale si completa. E se -nello stesso anno- Fellini con La dolce vita e Visconti con Rocco e i suoi fratelli palesano nella diegesi delle storie raccontate le contraddizioni di questa “nuova era”, Antonioni rende questa trasformazione in modo più criptico, austero, allegorico. Il passaggio di consegna tra la donna che sparisce e quella che resta e prende il suo posto altro non è che il riflesso della metamorfosi che l’Italia compie a cavallo tra anni ’50 e ’60. La Anna di Lea Massari è la tipica bellezza italica, contadina, mediterranea: mora, prosperosa, legata a una famiglia opprimente e una fede potente nelle istituzioni (una Bibbia è l’unico oggetto che lascia in cabina prima di sparire). La Claudia di Monica Vitti è invece esponente di una bellezza nuova: bionda, lineare, nervosa, disillusa, i cui tratti sembrano incarnare la freddezza e il rigore del design industriale.
L’avventura di una nazione allora. Di un paese pronto a tuffarsi nell’insidioso e attraente abisso della modernità industriale e consumistica. E insieme l’avventura di un nuovo amore, vissuto in un nuovo mondo e in un diverso contesto storico-sociale.
Un titolo -L’avventura- che peraltro ben si adatta alle incredibili difficoltà di produzione che colpirono il progetto, rischiando di farlo naufragare: il maltempo, la scomparsa dei produttori, lo sciopero della troupe per le mancate retribuzioni, il logorante isolamento sulle isole deserte in cui una parte del film è ambientata.
Disse Antonioni: “Ho con me ventimila metri di negativo, ho la macchina da presa e pochi amici: Monica Vitti, i miei aiuti Franco Indovina e Gianni Arduini, lo scenografo Piero Poletto, l’operatore Aldo Scavarda, il fonico Claudio Maielli. Ecco la mia troupe. I soli pronti a seguirmi con qualsiasi mare, contro qualsiasi ostacolo materiale e morale, per non fermare il film.”
In sostanza – mi permetto di aggiungere – l’avventura di un autore contro un sistema ottuso e tradizionalista, l’epopea di un grande artista capace di andare controcorrente, modificare le carte in tavola e riscrivere la storia.
L’avventura di un nuovo cinema. 

Stefano Oddi

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Stefano Oddi

Bio: Laureato con lode in Letteratura, Musica e Spettacolo presso La Sapienza, dove attualmente si sta specializzando in Cinema Digitale, Stefano Oddi scrive per alcuni web-magazine specializzati in critica cinematografica. Studia inoltre Ripresa e Direzione della Fotografia presso la Scuola di Cinema Sentieri Selvaggi, nel tentativo di accordare l'apparato teorico dei suoi studi a una solida base tecnico-pratica. Ha pubblicato lo scorso novembre il suo primo romanzo Il vento di Sinnington con la casa editrice indipendente romana Edizioni Ensemble.