La finzione reale

Nel 2002 Andrew Niccol, lo stesso regista che nel 1998 girò The Truman Show, torna ad interrogarsi sulle potenzialità dei media di costruire la celebrità nel XXI secolo. Se con Truman Niccol si concentra sulla capacità della tv di rendere divo un individuo normale per dimostrare come ormai sia tanto facile affezionarsi ad un volto quanto disaffezionarsi, nel film S1m0ne il tema del divismo torna palesemente e viene estremizzato. Al mondo della televisione si sostituisce quello del cinema mostrando le varie sfaccettature della macchina hollywoodiana odierna. Quello che stupisce è la capacità del regista di riflettere tacitamente sulla nuova via intrapresa dal cinema, che si affermerà negli anni a venire. La storia raccontata è una storia sul cinema attuale e i suoi divi e il desiderio dei registi di essere nuovamente creatori e modellatori degli interpreti scelti. Niccol realizza il film già anni dopo i primi utilizzi massicci del digitale. Il regista sa bene che ciò che mostra non è così poi lontano dalla situazione a lui contemporanea, ma forse è semplicemente l’ultimo e più alto sviluppo di quelle tecniche che virtualizzano l’attore nella scena. Non è azzardato pensare che dietro al film ci sia anche una sottile critica al nuovo star system hollywoodiano che vede l’alternarsi di personaggi che non riescono a imporsi senza declinarsi in altro rispetto a quello che è il mestiere dell’attore. La macchina del cinema, letta in questo modo, si piega alle necessità dell’industria culturale e dell’industria dello spettacolo.

Al Pacino interpreta il regista Viktor Taransky, un uomo in crisi personale e lavorativa: è separato da una moglie per la quale dopotutto prova ancora qualcosa e non riesce ad affermarsi nell’ambiente cinematografico in cui la stessa donna lavora con molta più fortuna. È succube di tutte le figure femminili che lo circondano sul set e nella vita, tant’è vero che fin dall’inizio è alle prese con una delle più grandi attrici del momento che sta girando un suo film, Nicola Anders/ Winona Rider. Viziata, intrattabile e sicura di sé perché il suo pubblico la osanna a nuova diva, non teme di vessare il regista e di imporsi con sfacciatagine e prepotenza per ottenere ciò che vuole. Viktor esasperato decide di cacciarla dal set, trovandosi in questo modo senza la star principale del film che sta girando, un film che senza di lei non ha alcuna speranza di risollevare le sue sorti.

Questo evento scatenante porta a riflettere su due elementi che si riveleranno portanti per l’intera struttura del film:

       la nostalgia per il cinema del passato

       la possibilità di fare a meno dell’attore durante la lavorazione di un film.

Per quanto riguarda il primo punto, Viktor sente il peso di non veder riconosciuto il suo ruolo. Un compito, quello del regista, assolutamente osannato nella storia del cinema mondiale e che a lui, però, non porta nessun vantaggio e nessuna soddisfazione, se non tanta amarezza che lo induce a dire: «Abbiamo sempre avuto stelle del cinema, ma gli ordini eravamo noi a darli!». Per tutta risposta è proprio sua moglie, una produttrice perfettamente allineata alla nuova industria hollywoodiana, a rispondergli che lui prova nostalgia di un’epoca in cui neanche era nato. Il cinema ormai è questo, eppure il fascino per i tempi andati emergerà quando Viktor si imbatte in Simone, l’attrice apice della modernità tecnologica che lui farà in modo di modellare affinché sia la perfetta incarnazione delle migliori doti delle grandi interpreti del passato.

Rispetto al secondo punto invece si può notare come fin da subito si metta in discussione la presenza dell’attore per la riuscita effettiva del film. Una volta che Nicola Anders è andata via è lo stesso Viktor ad ipotizzare di poter fare a meno della sua figura per terminare, «Se solo potessi fare i ritocchi necessari potremmo fare il film senza di lei», come anche della possibilità di sostituirla con qualcun’altra. È solo a questo punto che i produttori riconoscono il fatto che, in mancanza di un grande regista, l’unica cosa che può richiamare uno spettatore al cinema è il nome di un grande attore, pena il fallimento ai botteghini. È anche vero che questa stessa posizione verrà ampiamente messa in dubbio – fino ad essere soppiantata – durante il film, quando l’apparizione di Simone, una perfetta sconosciuta, oscurerà l’attrice che fino a quel momento dominava le scene. Le molte recensioni e critiche fatte al film si concentrano molto di più sul particolare della creazione virtuale che, confusa con il reale, affascina le folle, piuttosto che sulla facilità con cui anche il divo di Hollywood, se così a questo punto si può definire, viene oggigiorno rimpiazzato.

Tornando al film, Simone rappresenta esattamente ciò che Viktor desidera: un’attrice da poter modellare a suo piacimento, l’attrice senza organi di Artaud.

L’incontro con l’esperto informatico Hank Aleno è cruciale affinché il regista entri in contatto con il software Simulation One (Simone, per l’appunto), risultato di una lunga ricerca dello stesso Hank che crede nelle potenzialità sconfinate del computer. L’uomo di scienza sa di trovare in Viktor un alleato in seguito alla sua partecipazione ad un convegno sul futuro del cinema intitolato “Chi vuole gli esseri umani?”. È così che, soli in un grande teatro degli studios, Viktor e Simone si “vedono” per la prima volta. L’ologramma racchiude in sé la bellezza, le movenze, il carattere – utopico, dato che a parlare al suo posto è l’uomo – e tutta una serie di qualità artistiche che le permettono di imporsi sulla scena hollywoodiana e addirittura mondiale, scalzando chi già c’era prima di lei. Eppure Simone non esiste, nessuno l’ha mai vista, neanche i suoi colleghi fatti di carne e ossa che non trovano così strano il fatto che lei possa essere inserita successivamente nei film, in post-produzione. Questo è sintomatico della condizione attoriale che si presta alla tecnologia e riconosce le possibilità della tecnica di manovrare la pellicola. Simone è solo il gradino più alto di un uso del digitale che già è utilizzato per modellare attori preesistenti e che nel suo caso si declina in creatore di esseri umani sintetici. L’attrice è ciò che oggi si può definire un synthespian, ovvero un essere umano virtuale – o clone digitale – che rappresenta la creazione o la ricreazione di un essere dalle sembianze e dalla voce umana utilizzando immagini e suoni creati a computer.

Niccol esibisce nel suo film un personaggio – quello di Simone – che sposa le qualità delle dive del passato con alcune caratteristiche delle star odierne: è un brand onnipresente, come le celebrità attuali, ma allo stesso tempo la sua vita è avvolta nel mistero, come le star del passato. Più che quello che lei fa, è ciò che omette ad accendere l’entusiasmo nei suoi confronti. Questa opacità che non permette di arrivare a lei la consacra a vera diva rispetto agli altri attori e personalità che si affacciano sulla scena contemporaneamente a lei. L’unica differenza è che, però, non esiste. A questo punto rimane il dubbio su quale sia stata l’intenzione di Niccol, se denunciare l’assenza di veri divi di cinema – che oggi passano da un medium all’altro, si adattano al marketing e diventano politici – per cui l’attore perfetto non esiste se non creato dal nulla, o se farsi portavoce di una prossima possibilità che la deriva dell’attore nel cinema contemporaneo e nel mondo dello spettacolo possa essere una sua completa sostituzione con attori virtuali. In fondo, come afferma Viktor, «se l’interpretazione è autentica non importa se l’attore è reale o no. Cosa c’è di reale ormai?».

Divertente, ma per certi versi inquietante, è quello che avviene quando Viktor decide di porre fine alla vita di Simone, che sta letteralmente fagocitando la sua immagine da regista. Durante il finto funerale della star, al quale accorrono folle di fan, si scopre che nella bara non c’è il suo corpo, ma una sua gigantografia di cartone. Piuttosto che soffermarci sulle reazioni dei presenti, un pubblico di cui si parlerà, c’è da riflettere sulla scelta di Niccol di inserire questo particolare, dal momento in cui la bara sarebbe potuta essere semplicemente vuota o, a rigor di logica, riempita da qualcosa di più pesante e non da un pezzo di cartone rigido. Simone è stata cancellata e il suo volto si è sgretolato in migliaia di pixel simili a tanti granellini di polvere, quasi ci fosse un richiamo biblico alla creazione dell’uomo. La diva non è stata altro che immagine ed è proprio una sua fotografia ad essere sepolta, attestandone la presenza nel mondo. Allo stesso tempo la tumulazione dell’icona sembra prefigurare la prossima discesa nell’oblìo di Simone: così come la sua presenza sulla scena l’ha imposta nella mente degli spettatori, così la sua assenza ne segnerà la scomparsa e la sostituzione. Nel cinema contemporaneo la velocità dell’ascesa è direttamente proporzionale a quella della caduta, destino che tocca indiscriminatamente a tutte le celebrità. “Morta” un’immagine se ne impone un’altra, perché le icone del cinema di Hollywood già ci sono e provengono dal passato.

In ultima analisi ci si vuole concentrare sul ruolo che gioca il pubblico nel film. La storia è ambientata in epoca contemporanea, quindi si pensa ad uno spettatore perfettamente calato nel nuovo modo di produzione e promozione della celebrità. Simone nasce ad Hollywood, un luogo che di per sé è sinonimo di alterità, e viene rivestita di un’aura artistica che in fin dei conti non le appartiene. L’attrice virtuale è venerata come una dea dagli spettatori che vivono i suoi film profondamente tanto da piangere per l’emozione. Ciò che probabilmente è esasperata è la “devozione in ogni caso” che Niccol fa in modo che il pubblico e i media le riservino. Simone è esente da critiche qualsiasi cosa Viktor le faccia fare. I giornalisti vogliono conoscere i segreti della diva, ma a differenza di quello che realmente accade, quando hanno la possibilità di distruggerla, la innalzano a celebrità. Ci si riferisce nello specifico alle reazioni che si sviluppano in seguito alla visione del film I Am Pig, in cui Simone mangia insieme ai maiali sporca di fango, con il quale il regista vorrebbe scalzarla da Hollywood, convinto che la critica distruggerà l’attrice essendo il film disgustoso; oppure all’intervista in tv in cui compare ubriaca e lei si comporta e risponde come un’adolescente sciocca e frivola. Nonostante tutto gli spettatori restano fedeli e i media mansueti. Se l’atteggiamento dei primi può essere lasciato passare (basti pensare alle varie personalità dello spettacolo che danno scandalo e dopo un adeguato periodo di tempo passato all’oscuro tornano alla ribalta), quello dei mezzi di comunicazione non è verosimile, considerando che oggi la linfa vitale del fare notizia nel mondo dello spettacolo è lo scandalo. Semmai ciò che può essere verosimile è il fatto che lo spettatore sia assuefatto ai media e segua l’ondata di buonismo che stampa e tv hanno nei confronti di Simone. Lo spettatore di cinema in Simone è già un telespettatore ed è sempre più vicino ad addentrarsi nella rete che lo consacrerà a demiurgo di una realtà virtuale in cui imporrà se stesso con la medesima forza con la quale i mezzi di comunicazione tradizionale impongono le immagini delle celebrità.

 

Annagiulia Scaini

© Riproduzione Riservata