Follow the white rabbit

Manca ormai poco a Halloween. Così come l’Italia usa utilizzare format televisivi esteri perché su quelli italiani non si crede abbastanza, anche le festività straniere vengono inglobate nella nostra cultura. Per quanto concerne me che mi sento uno spirito nomade, di quel nomadismo di cui parla Braidotti, non è strano organizzare una festa di Halloween che fonda tradizione americana con cucina italiana e decorazioni fatiscenti in stile latino. Riflettevo giorni fa circa il vestito che avrei dovuto indossare, alla fine il dilemma principale è: da chi mi maschero? L’amore che provo nei confronti della protagonista del romanzo di Carroll è palese. Alice è nel mio cuore da sempre. Quando ero piccola ho visto Alice in Wonderland prodotto dalla Disney, un capolavoro dell’animazione, del grottesco, del dark, con i colori così pieni, un perfetto equilibrio tra musica e poesia, personaggi meravigliosi resi con uno spessore non conforme ai film per bambini, che ha governato i miei sogni, rendendoli incubi, quasi fosse la mia personale versione di Freddie Krueger. Solo qualche anno fa, poco prima che uscisse la versione di Tim Burton, decisi di rivedere Alice. Sebbene avessi letto il romanzo, lo avessi studiato a fondo comprendendone la logica, sebbene avessi scritto una mia sceneggiatura con un personaggio principale che attraversa lo specchio, sebbene avessi visto una serie come Alice, o amato Matrix (di cui parlerò approfonditamente più avanti), Alice in Wonderland continuava a scatenare quel perturbante freudiano e a smuovere le mie viscere. Ciò che mi sembra ancor più peculiare è il fatto che tempo fa comprai un videogame, Alice Madness Returns in cui si assiste ad una versione dark dei personaggi carrolliani, una Alice inquietante, un Bianconiglio con il pelo arruffato e tendente al grigio e gli occhi sgranati, uno Stregatto tutto pelle e ossa a differenza di quello disneyiano bello paffutello. Tutta l’estetica tradizionale insomma rivista per dar libero sfogo alla fantasia quasi perversa dei creatori del videogame. Ma Alice in Wonderland permette a molti sceneggiatori e autori di giocare sui propri personaggi che restano sempre contemporanei e interessanti. Ricordiamo come i creatori di una serie quale Once Upon a Time abbiano realizzato uno spin-off basato proprio sul paese delle meraviglie, Once Upon a Time in Wonderland, come vi sia la mini serie della Showcase dal titolo Alice (già citata poco fa) che fonde l’avventura tradizionale con la fantascienza per rendere un mondo tendente al verosimile, come vi siano evidenti influssi in un film come Donnie Darko e soprattutto Matrix. Si perché il film degli allora fratelli W. alla fine mostrano una situazione capovolta a quella di Alice. Se Alice si intrufola per poi cadere nella tana del Bianconiglio, se Alice attraversa anche lo specchio per passare da una dimensione Reale al mondo Immaginario, in Matrix Neo si fonde con lo specchio per attraversarlo uscendo dall’Immaginario, dal mondo simulacrale per tornare al reale diegetico, simulacro del Reale del 2001. “Welcome to the real world” afferma Morpheus quando Neo apre gli occhi per la “prima volta”, si perché in realtà gli occhi non li ha mai usati. Allora è tutto invertito in Matrix, la dinamica è dunque opposta da quella di Alice. Il personaggio di Alice, però, non può che affascinare, perché in fondo è in tutti noi, tutti quelli che hanno conservato uno spirito da bambini. Jostein Gaarder scrisse un libro meraviglioso, Il mondo di Sofia (1991), dove in un passo (parafraso) affermava che i bambini, se stessero sulla cute di una persona, guarderebbero verso l’alto, come avrebbero fatto gli adulti, ma, diversamente da questi, si sarebbero arrampicati sui capelli per vedere cosa c’è oltre. Perché fondamentalmente i bambini sono curiosi, Alice è curiosa, gli sceneggiatori, gli spettatori, siamo tutti curiosi di vedere cosa la nostra immaginazione e cosa il mondo può proporci. Proprio per questo motivo Alice funziona sempre, perché se siamo spettatori cinematografici (conosco personalmente persone a cui non interessa andare al cinema o vedere film) in fondo permettiamo al bambino che c’è in noi di (ri-)emergere ed essere curioso nei confronti dei mondi che si delineano sullo schermo, facendoci, appunto, seguire il Bianconiglio nel vortice di immagini e suoni ben confezionati per noi.

 

Gabriela Primicerio

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Gabriela Primicerio

Laureata alla Sapienza in Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche, ha conseguito il diploma di Master in Gestione della produzione cinematografica e televisiva presso la Luiss. Costantemente in cerca di nuove sfide professionali.