Dido: la dote di una ragazza mulatta cresciuta in ricchezza.

How can I be too high of rank to dine with the servants, but too low of rank to dine with my own family?

Belle, la Ragazza del dipinto, non è una qualsiasi donna del 1779 bensì una ragazza mulatta. La regista inglese Amma Asante, al suo secondo lungometraggio, decide di dirigere un film in costume, storico e biografico. Dopo aver visto il ritratto speditole dal produttore stesso del film (Damian Jones) la regista è venuta a conoscenza della storia che questo dipinto nascondeva.

Il quadro ritrae due ragazze: Dido Elisabeth Belle e sua cugina. La peculiarità di questo dipinto del diciottesimo secolo è quella di raffigurare due donne di differente colore ponendole sullo stesso piano socioculturale.

Questo è stato l’input che ha ispirato la regista a girare un film su quel preciso periodo storico dell’Inghilterra dal punto di vista non solo di una donna, circostanza di per se (stra)ordinaria, ma per di più mulatta.

 

Dido Elisabeth Belle, figlia di una schiava nera e del capitano Ser Jhon Lindsay della Marina di Sua Maestà Britannica, viene affidata dopo la morte della madre, allo zio Presidente della Corte Suprema. Crescendo Dido, grazie anche all’incontro casuale con un giovane politico attivista abolizionista della schiavitù, si interessa sempre più al sociale e alla politica. Le attenzioni della ragazza si concentrano particolarmente al caso della nave negriera Zong (relativo al famoso massacro del 1781) e alla condizione della donna.

La protagonista si trova dunque ad affrontare non solo le difficoltà che l’essere donna in quest’epoca portano ma dobbiamo aggiungere anche le discriminazioni razziale, rafforzate per lei dal suo non appartenere a nessuna delle due razze.

La caratteristica di questa pellicola è dato dal fatto che, nonostante si parli di un caso storico, legato al problema della schiavitù, la regista, intelligentemente, non mostra mai scene esplicite bensì incentra tutta la narrazione sulla protagonista.

L’originalità di questa scelta è ancora più apprezzabile se consideriamo la recente moda di girare film sulla schiavitù (Lincoln, Django Unchained) soprattutto in maniera brutale e diretta, come per esempio in 12 anni schiavo.

Asante ha voluto raccontare trasversalmente la storia del caso Zong, attraverso gli occhi di un singolo individuo, una donna inglese mulatta che vive in una famiglia di bianchi dell’alta società che nasconde un segreto.

Lo zio della ragazza, come abbiamo detto prima Presidente della Corte Suprema, ha occultato prove utili che avrebbero potuto rendere giustizia ai 142 schiavi che erano stati gettati in mare.

Il caso Zong fece scandalo, non solo gli schiavi furono brutalmente uccisi ma soprattutto perché i proprietari dell’imbarcazione chiesero il risarcimento per la perdita di questi ultimi. Nel momento in cui l’assicurazione si rifiutò di pagare, il caso fu portato dinnanzi alla corte suprema scatenando un caso mediatico.

Questi fatti di cronaca fanno da sfondo al melodramma familiare con protagoniste Dido e la cugina (bianca) Elisabeth che, a causa della mancanza di dote, viene rifiutata da un pretendente.

La questione sociale e femminile affiora anche da questo: una donna di quest’epoca non aveva alcun valore senza dote.

Il film ci mostra come il denaro, in quest’epoca storica, sia al centro della società e ne sia il motore tant’è che Dido, nonostante sia mulatta e per questo non possa pranzare con la propria famiglia, viene corteggiata comunque da un ragazzo bianco, interessato solo alla sua dote Lei donna di spessore intellettualmente, compreso ciò, rifiuta.

La regista ha voluto esplorare un tema, quale è  quello della schiavitù, evitando di mostrare scene cruente che avrebbero potuto inorridire lo sguardo degli spettatori.

Nonostante le tematiche trattate chi vede la pellicola può addirittura riflettersi nei temi e nei dettagli della narrazione.

I temi toccati vanno dal gender alla love story passando per il razzismo e classismo, soffermandosi in particolar modo sulla formazione dell’identità della protagonista.

La lotta di Dido nella costruzione del self si articola attraverso la rivendicazione della sua esistenza nella società e nella famiglia forte del fatto che lei sia frutto del vero amore tra due persone appartenenti non solo a una classe sociale differente ma anche a due razze diverse. Negli Stati Uniti e in Inghilterra essere mulatti rappresentava il frutto di uno stupro subìto da una donna di colore da un uomo bianco dell’alta società. Il film dunque rappresenta una versione alternativa di questi luoghi comuni.

 

La regista è riuscita a confezionare un film che permette allo spettatore una piena immedesimazione nel personaggio principale, offrendogli anche la possibilità di lottare con lei per l’integrazione sociale.

 

Marie Angela Tuala Paku

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Marie Angela Tuala Paku

Nata a Roma il 31 marzo 1989. Nel 2014 ho conseguito la laurea Magistrale in Teorie e pratiche dello spettacolo cinematografico, con una tesi intitolata "Blackness e cinema hollywoodiano. Forme e modelli del racconto del trauma afroamericano." Successivamente interessata al lato pratico del cinema ho seguito corsi di regia e montaggio, presso la scuola Sentieri Selvaggi di Roma.