The Cut

The Cut di Faith Akin può essere considerato un film western, ma anche un film d’avventura che presenta un viaggio attraverso l’impero ottomano per arrivare, passando per l’Avana, in Stati Uniti. Nel 1915 il giovane fabbro Nazaret Manoogian (Tahar Rahim) si trova a dover lasciare alla propria famiglia per unirsi all’esercito turco insieme a tutti gli altri armeni della propria città, Mardin. Dopo aver lavorato per anni, essere stato sequestrato, gli viene inflitto un taglio alla gola che non gli permetterà più di parlare. Una volta liberato grazie all’aiuto di uno dei sequestratori, inizierà la sua ricerca che lo porterà infine a ritrovare soltanto una delle due figlie nel Nord Dakota. Il film presenta un genocidio, non quello dell’olocausto, ma quello di una realtà che è per certi versi ancora un tabù, permettendo allo spettatore di conoscere una parte della storia non particolarmente conosciuta. Il regista si preoccupa molto del fatto che il genocidio armeno non venga raccontato e a suo avviso la colpa risiede nel fatto che “Se la popolazione di un intero paese subisce sistematicamente le menzogne degli storici e dei governi, se generazione dopo generazione si sente ripetere: -è una bugia. Non è successo davvero -, allora non può che interiorizzarlo, ed è questo che è accaduto alla maggior parte delle persone in Turchia. I genitori, i libri di scuola e i giornali non avevano mai dato loro una versione diversa dei fatti”. Il film però resta, come dice il regista, non tanto una storia sul genocidio armeno, bensì “la storia di un padre che viaggia per il mondo alla ricerca delle sue figlie. È un western”, un viaggio sull’emigrazione e l’immigrazione. Il problema dell’immigrazione viene toccato soprattutto quando Nazaret deve viaggiare da l’Avana alla Florida, entrando negli Stati Uniti come immigrato clandestino che deve guadagnarsi quel minimo di denaro che gli serve a superare il viaggio, prima verso Minneapolis e poi verso il Nord Dakota. La mirabile sequenza che lo vede salvare una giovane donna che i suoi colleghi americani vogliono violentare mette in scena proprio il disprezzo di parte della popolazione americana nei confronti dei clandestini. Il film, la cui struttura è prettamente classica, presenta degli spunti interessanti. Certamente la sequenza in cui Nazaret viene a contatto per la prima volta col cinema è estremamente suggestiva anche perché, come vorrei ricordare, il protagonista è muto: Nazaret sceglie di andare a vedere la proiezione “frutto del demonio”, come afferma una donna appena uscita dallo spettacolo cinematografico, a discapito del bordello nel quale avrebbe dovuto recarsi. Il protagonista assiste quindi al film di Chaplin The Kid, ride e si commuove davanti alle scene del capolavoro del ’21, un omaggio, anche questo film, a un regista che ha cambiato il corso della storia del cinema. Altro elemento interessante può essere la messa in scena della ritrovata forza di volontà del protagonista nei momenti in cui, stanco e afflitto dall’estenuante viaggio, cade a terra senza forze. La prima volta in cui vede un’apparizione quasi angelica è nel deserto, prima di incontrare sua cognata, quando, come un miraggio, vede sua moglie; la seconda, che anticipa in un certo senso il fatto che ritroverà solo una delle sue figlie, è successiva al salvataggio precedentemente citato, quando, quasi congelato, vede le due figlie gemelle che poi scompaiono, però, in successione. Un film dalla potenza visiva che non può che commuovere lo spettatore, conclusione della trilogia sull’Amore, la Morte e il Diavolo (La sposa turcaAi confini del ParadisoThe Cut).

 

Gabriela Primicerio

 

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Gabriela Primicerio

Laureata alla Sapienza in Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche, ha conseguito il diploma di Master in Gestione della produzione cinematografica e televisiva presso la Luiss. Costantemente in cerca di nuove sfide professionali.