La rappresentazione del problema sociale oggi: Fruitvale Station.

Fruitvale Station è un film del 2013 del regista indipendente Ryan Coogler; tratta della storia vera di Oscar Grant, un giovane ragazzo afroamericano di 22 anni di San Francisco, che la mattina del 31 dicembre 2008 si prepara a festeggiare sia il compleanno della madre che il Capodanno. Ed è proprio quando esce con gli amici per andare a festeggiare l’arrivo dell’anno nuovo, viene ucciso da un agente di polizia, nonostante Ryan non fosse armato.

Attraverso dei flashback veniamo a sapere del suo passato in carcere: questo per non far passare Oscar come un santo, ma come vittima si. Nonostante il passato da spacciatore, ora lo vediamo impegnarsi il massimo per imparare a controllare la rabbia e il risentimento che minacciano di avvelenare il rapporto con la sua ragazza e la loro figlia di quattro anni; per correggere i passi falsi del passato, trova un lavoro per iniziare una vita decente, per cercare di cambiare la sua vita in meglio.

Pur se realizzato attraverso un crudo realismo, la sua morte è prefigurata nella scena del cane: un cane innocente viene messo sotto da una macchina; lui presto accorre a soccorrerlo.

Lo spettatore già sa fin dall’apertura del film cosa succederà al protagonista in quanto nella sequenza iniziale gli è stato mostrato il video ripreso attraverso un cellulare della sua uccisione, avvenuta alla stazione di Fruitvale dopo una rissa in metropolitana in cui lui non era coinvolto.

Ciò che colpisce è che il regista, esamina il suo soggetto con un costante occhio oggettivo e racconta la sua storia in modo da colpire dritto al cuore piuttosto che attraverso e creando una rabbia cieca. Non è che il film sia apolitico o disimpegnato a livello sociale, ma tutto ciò che ha da dire sulla classe e sui rapporti difficili tra i diversi tipi di persone in una metropoli variegata e liberale è incorporato nei dettagli del carattere del protagonista, cosi come nei vari personaggi.

La storia di Oscar Grant è uno studio a livello sociale, un voler denunciare una situazione che in America non è mai cambiata, cosi come abbiamo potuto vedere nella documentazione cinematografica di Spike Lee.

Anche se, ovviamente, il film drammatizza una storia che è piena di rabbia, dolore e frustrazione, il suo intento principale è quello di fare di Oscar una presenza pienamente umana. Il radicalismo di Fruitvale Station sta proprio nel suo rifiuto di trasformare un uomo in un simbolo, anche in un martire volendo, perché spesso si tende ad appiattire a non dare un significato alla vita dell’uomo afroamericano, a causa della cultura popolare e del mito che si è venuto a creare intorno a lui; spesso è reso come vittima innocente, un nobile guerriero o una minaccia per la società. C’è una violenza disumanizzante in questa abitudine, una volontà, una cecità che Fruitvale Station al tempo stesso espone e resiste.

Nonostante lo spettatore sappia già cosa succederà al ragazzo, le scene finali degli ultimi minuti della vita di Oscar sono rese in maniera scioccante e drammatica, lasciando lo spettatore spiazzato, uno spettatore che forse dai tempi del pestaggio di Rodney King non era piu abituato a vedere.

Il sito americano di Roger Ebert1 fa un ottima descrizione di Oscar:

Oscar was not an animal. He was a human being. He had dreams and feelings. He cared for many people, and many people cared for him. His death left a giant crater in several lives.

 

Marie Angela Tuala Paku

 

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Marie Angela Tuala Paku

Nata a Roma il 31 marzo 1989. Nel 2014 ho conseguito la laurea Magistrale in Teorie e pratiche dello spettacolo cinematografico, con una tesi intitolata "Blackness e cinema hollywoodiano. Forme e modelli del racconto del trauma afroamericano." Successivamente interessata al lato pratico del cinema ho seguito corsi di regia e montaggio, presso la scuola Sentieri Selvaggi di Roma.