Gli attori “catturati”

Quando oggi si parla di attori e pratica attoriale, non si può prescindere dal considerare la tecnica della Motion Capture nel panorama digitale del XXI secolo, il «processo con cui si cattura il movimento di un attore per metterlo su un personaggio virtuale», che in ambito cinematografico ha il compito di tradurre su un avatar tutto un set di informazioni proprie del corpo dell’attore. Ragionare sulla portata ontologica di una tale tecnica fa nascere interrogativi riguardo alle possibilità che ha un attore, che recita in digitale, di poter essere considerato a tutti gli effetti un divo: quali sono state le conseguenze della “scomparsa” del corpo dell’attore? Come cambia la percezione di quest’ultimo da parte dello spettatore?

Ad interpreti come Tom Hanks, Jim Carrey e Johnny Depp, nonostante abbiano prestato il loro corpo e le loro capacità al digitale – divenendo gli “attori feticcio” per antonomasia del panorama hollywoodiano – è riconosciuto senza dubbio il merito di una grande performance, seppur virtuale. Resta da indagare quanto effettivamente la famosa aura che circondava il divo del cinema classico possa essere trasposta su un attore che recita in pixel e quanto i meccanismi di identificazione e proiezione possano valere in un cinema in cui il corpo dell’attore ha una consistenza paragonabile a quella di un cartone animato. Se è vero che il fascino per la spettacolarità tecnologica ha sostituito il fascino per la narrazione, allora non è del tutto errato affermare che non è tanto l’attore a riscuotere successo, ma il film a cui prende parte e il personaggio/maschera a cui ha dato l’anima ma non la consistenza corporea.

Lo spettatore si trova spesso a seguire una performance di animazione in 3D senza cogliere veramente la soluzione di continuità con l’attore reale. Questo è il caso di Avatar (Cameron, 2009), in cui, benché le immagini siano create pressoché totalmente dal computer, la performance fisica degli attori resta un elemento centrale e indispensabile. Cameron utilizza per il film la tecnica della Performance Capture perfezionata, avvalendosi di camere che permettono di visualizzare in tempo reale l’azione svolta dagli attori nell’ambiente digitale. Tutto è stato realizzato allo scopo di rendere ancora più labile e sottile il confine tra ciò che è reputato creato digitalmente e ciò che è considerato la riproduzione di un evento reale. Eppure, nonostante questo, del film si ricorda la storia che secondo molti ha disatteso le aspettative; Sigourney Weaver, il volto più noto tra quelli del cast e riconosciuta dagli amanti del genere fantascientifico; l’esperienza incredibile grazie alla computer graphic. Quello che sembra che gli spettatori non ricordino sono i nomi, ma ancora di più i volti reali di quelli che sono considerati i protagonisti della vicenda.

Agli inizi del 2010 Avatar risulta il film che ha incassato di più nella storia del cinema, vince tre Oscar ma nessuno degli attori che vi hanno preso parte viene premiato. La tecnologia ha vinto sull’interpretazione tanto da rendere chiaro quanto gli attori che lavorano con la Performance Capture possano facilmente essere penalizzati rispetto ai loro colleghi che lavorano in pellicole live shooting. Sono attori eppure sembra che lo spettatore non li consideri tali essendo consapevole che la performance alla quale assiste è stata frutto di una revisione in digitale. A titolo d’esempio, durante la trasmissione americana Inside the Actor’s Studio, lo scrittore e conduttore James Lipton ha manifestato le sue perplessità rispetto alla sensatezza di equiparare la performance capture alla recitazione, considerando quest’ultima soprattutto come espressione dell’interiorità.

 

What an actor is doing when acting is not just looking like something but expressing something going on inside. I’m not sure that motion capture, while it captures the flicker of an eyebrow, the twist of a mouth, a gesture of a hand, equally captures emotion.

 

Secondo Lipton catturare una movenza non corrisponde necessariamente alla riuscita della cattura dell’emozione che quel piccolo gesto dovrebbe anatomicamente rappresentare. Ci si trova dunque davanti a due questioni non di poco conto: il rapporto che il pubblico stabilisce con il personaggio e il nuovo mestiere dell’attore che a quel personaggio dà la sua anima e al quale cede in qualche modo la sua aura che però non è colta dallo spettatore distratto dallo spettacolo della tecnologia.

Nei testi filmici post-moderni viene a mancare quell’illusione di realtà che consente allo spettatore di accedere al mondo del personaggio e di identificarsi perché non vi è corrispondenza tra lo stato di chi guarda e lo stato del personaggio.

 

Fonti

 

  1. Bonvicini, Incontri ravvicinati. Interviste agli specialisti italiani del cinema digitale, Torino, Lindau, 2003,p.180

Il sorpasso del secolo, http://www.fantascienza.com/magazine/notizie/13354/il-sorpasso-del-secolo/ fantascienza.com, 28 gennaio 2010

 

  1. Chi, James Cameron and The Giant Hype : Motion Capture Misrepresented?, in SciFi Mafia/News, 8 marzo 2010: http://actingarchives.unior.it/Rivista/RivistaIframe.aspx?ID=34fb1c72-faff-4e25-9b99-5ce79db33734

 

Annagiulia Scaini

 

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