The Iron Lady. La fragilità del ferro.

A un anno e quattro mesi dalla scomparsa di Margaret Thatcher, vi propongo il film che presenta The Iron Lady nella sua vita politica e privata. Tutt’ora unica donna ad aver ricoperto la carica di Primo Ministro del Regno Unito (dal 1979 al 1990), è nota per la sua politica ultraconservatrice e per le scelte controverse in campo nazionale e internazionale; al suo nome è riferita l’”era thatcheriana”, caratterizzata da una politica di fusione tra il conservatorismo e il liberismo. Un leader di forte impatto, capace di fronteggiare politici che non vedono in una donna del Grantham (cittadina della contea del Lincolnshire), figlia di un droghiere, l’immagine di un primo ministro che invece andrà a scrivere la storia della politica inglese e mondiale. In The Iron Lady, 2011, Phyllida Lloyd ci mostra la sua figura potente e autoritaria sgretolarsi nella demenza senile.  È la stessa Margaret a narrare la storia della sua vita attraverso flashback e discorsi che la malattia la porta a fare con il marito Denis deceduto da diversi anni. Meticolosamente interpretata da una sempre eccezionale e bravissima Meryl Streep, la Meryl-Margaret ci viene mostrata in tre fasi della sua vita che disordinatamente, si alternano in una danza nel tempo. All’inizio del film, Margaret ci viene presentata in una quotidianità che la vede impotente di fronte allo sviluppo della sua malattia come della società. Un’anziana donna che commenta col marito defunto l’aumento del prezzo del latte, che sfugge alla verità, raccontata da personaggi secondari, per scegliere accuratamente la giacca al suo uomo che continua a vivere nella sua mente ogni giorno, come se non fosse mai andato via. Nello stesso tempo, però, è la figura di Denis a riportare Margaret nella realtà dell’oggi che si ribaltava e confondeva tanto da nascondersi in un ambiente lavorativo che catapultava la donna in un’altra dimensione.

Denis faceva tornare Margaret coi piedi per terra a fine giornata, in senso positivo – spiega la regista – nelle situazione di grandissima tensione, arrivava Denis con un gin e una battuta per impedirle di soccombere allo stress.”[1]

L’ambiente lavorativo nel quale le donne presenti (all’epoca pochissime) vengono completamente annullate dalla presenza imponente della Thatcher è caratterizzato dallo sguardo o punto di vista esclusivo, quello di Margaret. È dunque perciò che nel film non viene fatto alcun minimo riferimento ad un’altra figura ben più radicata nella cultura anglosassone? Perché non viene citata nemmeno una volta la Regina d’Inghilterra? Nel film si vuol dar spazio ad un’unica massiccia roccia, che riempie lo spazio attorno a sé senza permettere che nessuna figura sia alla pari con lei, compresa la sua famiglia nei confronti della quale, una volta anziana, proverà un grande senso di colpa per non averla messa al primo piano prima della carriera politica. La situazione degenerativa della vita politica e privata della Thatcher viene raccontata magistralmente anche dalla troupe che Phyllida Lloyd loda a partire dal lavoro svolto dal direttore della fotografia, Elliot Davis: “Mi ha dato un aiuto determinante nel raccontare la storia dal punto di vista di Margaret […] la sfida era: come fare a entrare in una stanza in modo da sentirti vicino a Margaret e da percepire la realtà dal suo punto di vista? “; lo scenografo Simon Elliot grazie al quale, nel film, il mondo della Thatcher era colorato da tinte tenue e monocromatiche che vedevano uno squarcio di luce nei colori caldi delle persone che andavano a trovarla e nelle quali Margaret “si aggrappa”; ancora, la costumista Consolata Boyle: “ha avuto una visione straordinaria per dare un po’ di senso poetico al suo abbigliamento lungo il suo percorso, non limitandosi a replicare gli abiti”[2], continua la regista. Passando da accese tonalità di azzurro dei vestiti della giovane Margaret, a quelli un po’ più scuri dell’età adulta, fino a sbocciare in un blu reale che andrà a spezzarsi improvvisamente in un rosso che suscita un senso di cambiamento radicale per poi confermarlo nel momento in cui lascia Downing Street indossando un tailleur rosso, camminando su petali di rosa fiammanti sulle note di Casta Diva di Belllini, come l’eroina tragica di un’opera che lascia la scena sola e ferita.

A dare forte impatto politico e storico sono soprattutto i filmati di repertorio che sembrano quasi volerci ricondurre alla veridicità della storia narrata, e che sono meticolosamente scelti, tra tanti avvenimenti, per segnare le tappe nella vita della Thatcher come una lunga linea del tempo che scorre in parallelo a quella privata, e che permette allo spettatore di guardare il film e affezionarsi o contestare le scelte della protagonista senza per forza mettere in gioco una conoscenza o una preferenza politica: “è la storia di una grande vita vissuta e parla dell’importanza di accettare che veniamo a questo mondo soli e allo stesso modo lo lasciamo”.[3]

Conte Francesca

 

 

Riferimenti bibliografici

  • This was England a cura di Alessandro Bignami, Feltrinelli, 2012

[1] This was England a cura di Alessandro Bignami, Feltrinelli, 2012

[2] Phyllida Lloyd, This was England a cura di Alessandro Bignami, Feltrinelli, 2012 Pp. 27-28

[3] Abi Morgan, This was England a cura di Alessandro Bignami, Feltrinelli, 2012