Quin’ai de

Durante la conferenza di Quin’ai de mi stupisce vedere la sala semi vuota e sentire il regista che si dichiara “un autore poco impegnato”. Il motivo è semplicemente uno: il film è particolarmente interessante. In genere la Cina è un paese che si presenta poco, tiene alla propria intimità e riservatezza. Quin’ai de è una storia commovente e di grande attualità, dato che in Cina il problema del traffico di bambini a scopo adottivo è particolarmente grave. Non solo: si tratta di una storia vera, messa in scena dal formidabile Peter Ho-sun Chan. La problematica dell’incessante ricerca, che porta spesso le vittime a cadere in gravi casi di depressione, non trascura un altro importante effetto di questo crimine: trattandosi di bambini molto piccoli, la ricostruzione della famiglia – in seguito al (rarissimo) ritrovamento – diventa un’odissea più dura e sofferta della fase di ricerca. La direzione degli attori è stata condotta scrupolosamente, sono stati coinvolti i personaggi che hanno realmente subito una tale disgrazia e si è concentrata sulla trasposizione del senso di sofferenza in modo molto puntuale e veritiero. L’attore Zhang Yi, che interpreta uno dei personaggi più intensi e drammatici (un ricco imprenditore che si ritrova a stretto contatto con coppie di ogni estrazione sociale condividendone il medesimo problema) loda il regista Peter di aver saputo lavorare con gli attori efficacemente. Cita a tal proposito un detto cinese descrivendo il suo attor coach, affermando che Peter è riuscito a fargli “lasciare le ossa e prendere la pelle di un altro”. In effetti il duro lavoro traspare chiaramente, possiamo seguire la vicenda da molteplici punti di vista, immedesimarci e soffrire con tutti, odiandoli, capendoli pian piano, ma soprattutto perdonandoli per i loro errori. Perché ciascuno di loro è vittima e carnefice di altri. Immagino che sia questo il senso del titolo, dearest , “il più caro”: per ciascuno dei personaggi l’affetto diventa una lama affilata nella difesa di ciò a cui si tiene e che si desidera con ardore, dimenticando però le esigenze dell’amato, in particolare quando si tratta di un bambino. Un altro detto cinese che è stato citato durante la conferenza è stato “Ci sono tante vie per allontanarsi da casa, ma solo una per tornare”, così mi torna in mente lo straziante calvario del padre, che per mesi e anni non si arrende e batte qualunque via per ritrovare il figlio perduto, perseguendo la speranza anche dietro la consapevolezza dell’inganno, questo perché non trova nessun altro senso nella vita. Così il film si apre inquadrando il groviglio di cavi conduttori e fili elettrici che sovrastano le strade cinesi. Intrecci, infinite connessioni, milioni di persone e confusione, sono le condizioni ideali per perdersi e non ritrovarsi mai più, benché esista sempre quella fievole consapevolezza che esiste una via imperscrutabile fatta di collegamenti e informazioni che in qualche modo può essere percorsa per dare vita alla riconciliazione. Diventa una probabilità così bassa da sfiorare l’impossibilità, se non addirittura una forma di follia nutrita dalla speranza. Un momento di svolta per i protagonisti è la partecipazione a un gruppo di sostegno composto da persone accomunate dal medesimo dramma e che perseguono un obbiettivo comune. Il superamento della disgrazia, che in Cina sta diventando una vera e propria piaga sociale, e che a detta del regista è il risultato di una spaventosa crescita economica che non va pari passo con l’evoluzione culturale e morale del paese, è possibile solo attraverso la comprensione e la riconciliazione con la realtà dell’evento. È apprezzabile lo sforzo del regista di non banalizzare mai i sentimenti e gli eventi, di cercare a fondo le ragioni e le conseguenze di una realtà complessa e contorta. Fotografia, Regia, Sceneggiatura si compenetrano perfettamente, alla ricerca di una naturalezza e legate dall’obbiettivo di rendere il dramma comprensibile nella sua complessità e nelle sue molteplici sfaccettature. Il film mostra una qualità eccellente sia dal punto di vista della storia che nella puntualità della rappresentazione.

 

Matilde Trifari

 

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