Nota su The Look of Silence

Quando la potenza di un film si articola attraverso la memoria, le parole, la capacità immaginativa dello spettatore, ci troviamo di fronte a un evento unico. Questo è il caso di The Look of Silence di Joshua Oppenheimer, un flm che ci riporta alla memoria The Act of Killing dello stesso autore, prodotto, tra gli altri, da Werner Herzog. L’impatto visivo, la potenza delle immagini, è quella che maggiormente mi ha colpito finora al Festival del cinema di Venezia. Le parole dei carnefici del fratello di Adi, di cui seguiamo il punto di vista (in The look of Silence assistiamo sempre allo sterminio dei comunisti filippini, ma dal punto di vista delle vittime), evocano senza mai mostrare ciò che è avvenuto durante lo sterminio, accrescendo la potenza del film stesso. Il lavoro di Oppenheimer in questo caso mi sembra molto vicino a quello di Claude Lazman, Shoah, così tanto acclamato per il punto di vista estremamente oggettivo. Allo stesso modo, Oppenheimer crea un film che potrebbe essere preso a modello per altri film di denuncia. Sono molte, troppe, le storie che non vengono raccontate dai media a cui il cinema può dare spazio.

Gabriela Primicerio

Laureata alla Sapienza in Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche, ha conseguito il diploma di Master in Gestione della produzione cinematografica e televisiva presso la Luiss. Costantemente in cerca di nuove sfide professionali.