Le giornate di Persia

Nell’antichità l’impero persiano era considerato il centro del mondo mediorientale, culla della cultura e regno dell’eccesso. La Persia ha dato vita a quella che oggi consideriamo la filosofia e il pensiero occidentale, che invece si sviluppo sulle coste fertili dell’Anatolia. Anche se geograficamente la capitale di questo antichissimo regno si trovava in una zona situata in territorio iracheno, pochi chilometri a sud di Bagdad, è l’Iran che ancora conserva ufficialmente i retaggi di ciò che fu in età arcaica. L’Iran è un paese ricco di tutto, soprattutto di fascino e bellezza. Raramente si ha l’occasione di vistare quelle terre, e l’unica consolazione che riesco a provare da questo punto di vista è il cinema iraniano, cattura l’occhio con magnetismo, determinato dalla curiosità e dal desiderio di vedere e capire senza lasciarsi irretire da pregiudizi e cliché del mondo occidentale.

Allora ecco che Melbourne ci presenta una situazione del tutto particolare, una visione di un mondo molto lontano che però raccontato dall’interno somiglia tantissimo al nostro. Nima Javidi, il regista, non insegue nel film problemi sociali, ma ci lascia entrare nelle mura di una casa della media borghesia, un racconto che riesce a legarsi sia al contesto profondamente iraniano, ma che parla di personaggi e situazioni a dir poco universali. Il film è ambientato interamente in una casa, racconta di un episodio che si consuma in circa sei o sette ore di un giorno, e non un giorno qualunque, descrive infatti solo le ore che precedono la partenza di due coniugi per l’Australia. Melbourne infatti è il nome della città in cui Amir (Payman Maadi) e Sara (Negar Javaherian) hanno deciso di emigrare, l’atmosfera d’elettricità ed esaltazione lascerà ben presto spazio a un crescendo di nervosismo, che porta lo spettatore a tendersi sulla poltrona in uno stato di agitazione e profonda insofferenza. Perché in effetti i personaggi fanno delle scelte discutibili (ma nei film in genere è così), ma la bravura degli attori, la gestione della tensione all’interno del racconto fanno in modo che il crescendo di difficoltà e incertezza non sfocino in noia, insomma il film non delude, anche se c’è una tendenza a riproporre uno schema non esattamente originale, quello che lascia senza fiato è proprio la particolarità della vicenda proposta. Un film senza musica, senza fronzoli, con una fotografia essenziale ma efficace, uno degli aspetti più sconcertanti del film è la capacità di proiettare lo spettatore in una situazione abituale caricandola di tragicità. Il film tratta prima di tutto del senso di responsabilità, dei rapporti e della loro stabilità, e delle vie di fuga, sicuramente viene condivisa con i protagonisti l’ansia profonda di una situazione che offre varie possibilità la cui scelta è dettata probabilmente dalla mancanza di coraggio e capacità di affrontare una situazione al limite. Durante l’incontro con il regista e con gli attori ho appreso che l’idea è sovvenuta in base a un’esperienza diretta che però si è conclusa nel migliore dei modi, e che gli attori si sono consumati nel tentativo di trasmettere l’inquietudine. Uno dei punti che si sono toccati nella conferenza è stato il rapporto uomo-donna, soprattutto in relazione al paesaggio culturale. È da notare però che l’uomo è il perno del racconto, e che varie donne si avvicinano creando una dialettica di sottomissione e conforto. In ogni caso l’autore specifica che situazioni simili sono comuni anche in Italia e in gran parte dei paesi occidentali, certo è che Sara, la moglie, tiene il velo per tutta la durata del film benchè si trovi tra le mura domestiche e che spesso rimane sola con il marito. Dettaglio che a chi ha un occhio allenato non sfugge, che però il regista riesce a giustificare con maestria creando un gran via vai nell’appartamento, lui stesso ha asserito che si tratta di una regola essenziale se si vuole diffondere il prodotto nel paese d’origine.

E proprio parlando di diffusione in Iran che voglio introdurre un altro bellissimo film, Ghesseha (tales) di Rakhshan Bani-Etemad, autrice e regista di grandissimo talento e forza interiore, lei ha voluto fortemente girare un film d’ordine legale, che sarebbe potuto circolare liberamente nel suo paese, perché come dice lei stessa è questo il destino della sua opera e il senso più profondo del suo operato: agire sulla sua terra. Ha impiegato infatti ben otto anni prima di ricevere i permessi necessari e realizzare il film senza dover rinunciare al senso e alle immagini. Con queste parole descrive il suo calvario produttivo:<< Negli ultimi 8 anni, la composizione dei componenti della commissione cinema del ministero della cultura, era priva di qualsiasi competenza artistica e cinematografica. Ero convinta che chiedere l’autorizzazione alle riprese da una simile commissione, equivaleva al riconoscimento della stessa. Per questo ho passato un periodo di auto restrizione nella quale, anche se non ho realizzato film di finzione, ho girato documentari, scritto soggetti e tanto altro…Nello stesso tempo ero alla ricerca di una soluzione per poter, comunque, realizzare un film in modo legale e, allo stesso tempo, evitare di avere a che fare con una simile commissione.>>

Il film si snoda nelle più varie vicende umane, percorrendo Teheran, in macchina, a piedi, in taxi o in pullman, parlando con le persone, prestando ascolto alle loro parole, accogliendo le loro lamentele, lenendo i loro dolori. La regista da importanza a tutti, come se fossero loro figli, nel tentativo di comprendere e rappresentare una realtà caleidoscopica ma anche labirintica, dove non c’è né speranza di un futuro migliore, né di lavoro, dove però le persone non rinunciano a migliorare se stesse. Questo è un film che aspira al racconto documentaristico, dove però si ricerca anche quella compostezza e compiutezza che solo un film di finzione può offrirei; vari racconti determinano la struttura del film e se ne trae una grande sinergia tra gli episodi, che sono collegati da un flusso unico.  Ciò che però mi ha più stupita è la dolcezza e la mancanza di presunzione, i sentimenti sono espressi a pieno e coinvolgono lo spettatore legandolo a ciascuno personaggio benchè siano presentati in tempi davvero molto limitati.

 

Matilde Trifari

 

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