La variazione di Black Swan

Le colonne sonore riescono veramente, delle volte, a coinvolgere così tanto gli spettatori da rimanere spesso più impresse nelle nostre menti, rispetto al film nella sua interezza o ad una scena in particolare. Il potere evocativo e di suggestione che alcune colonne sonore posseggono mi lascia sempre affascinata. Clint Mansell, sebbene non sia tra i più conosciuti compositori di colonne sonore (i nomi più noti sono Ennio Morricone, John Williams, Hans Zimmer, Michael Giacchino, etc.) ha compiuto un tipo di operazione a mio avviso molto interessante con lo spartito di Tchaikovsky de Il lago dei cigni, riadattandolo senza perderne, però, gli elementi di richiamo per il pubblico nella colonna sonora di Black Swan diretto da Darren Aronofsky. Le musiche di Mansell riescono a restituire quell’universo contrastato e tormentato della protagonista Nina (Natalie Portman). Al contempo, Aronofsky trova soluzioni brillanti per rendere qualcosa che il cinema tende a celare: i “sentimenti” del personaggio ad esempio. Il cinema usualmente li tralascia per concentrarsi principalmente sull’azione, attraverso cui si può, comunque, risalire alla psicologia del personaggio stesso. Aronofsky, con Black Swan, cerca di rappresentare l’irrapresentabile, di creare una dimensione fantasmatica che lo spettatore riesce a cogliere come il delirio allucinatorio della protagonista, senza servirsi delle convenzioni del cinema classico (per quanto il cinema classico hollywoodiano sia per certi versi rimasto invariato nel tempo). Alcuni grandi registi cercano di giocare con il linguaggio cinematografico sperando di creare comunque film godibili da un pubblico mainstream, evitando perciò di essere indicizzati all’interno del cinema sperimentale. Ritengo che tutto ciò sia molto importante per avvicinare il grande pubblico a film che presentano delle sfide non solo per la macchina produttiva, ma soprattutto per la capacità dello spettatore di comprenderne realmente il contenuto e i suoi significati. Molto si è detto infatti circa Black Swan, ma anche in merito ad altri film del regista (non dimenticherò mai alcune conversazioni nelle quali mi sono ritrovata a spiegare perché Noah sia un film così meraviglioso), ma c’è qualcosa che mi ha sempre fatto sorridere e riflettere circa una critica in particolare a questo film. L’affermazione è la seguente: nessuno si sarebbe dovuto permettere di modificare la tradizionale variazione del “cigno nero”. Un chiaro attacco questo non solo alla regia di Aronofsky, ma anche al compositore Mansell e al primo ballerino del New York City Ballet, Benjamin Millepied che si è occupato delle coreografie. Per me questi “tradizionalisti” e “conservatori” dovrebbero ripartire dai fondamentali: intanto quando vediamo Black Swan non assistiamo ad una versione cinematografica de Il lago dei cigni (anche il titolo dell’opera è diverso!), siamo di fronte ad un film d’autore (vorrei ricordare che Aronofsky è uno dei grandi autori della nostra epoca e che spesso, dato che i suoi film sono spesso promozionali come film commerciali gli spettatori si trovano contraddetti quando non assistono a un film pieno di ellissi e di momenti contemplativi alla Malick – qui penso più ad alcuni momenti di Noah -). In fondo si sa che Aronofsky fu colpito, più che dalla storia del Il lago dei cigni, dal fatto che il cigno bianco e quello nero fossero interpretati dalla stessa ballerina (che in un certo modo è anche un’attrice), sebbene siano due personaggi differenti (il cigno nero è una sorta di gemella “cattiva” di quello bianco). L’opera di Aronofsky si concentra tutta su questo “sdoppiamento della personalità” che l’attrice-ballerina deve assumere per interpretare il ruolo di cigno bianco fragile e dolce e di cigno nero negativo. Il regista era interessato al tema del doppio già dopo la lettura de “Il sosia di Dostojesky: Aronofsky stesso ha affermato di essersi appassionato al tema (che vorrei ricordare non essere per niente nuovo al cinema, penso ad un film in particolare Lo studente di Praga) e soprattutto all’idea di sostituzione del “sosia” nei confronti dell’”originale” ( mi viene in mente un altro film, The Island). Aronofsky, attento ad ogni dettaglio, grazie anche ad un team meraviglioso, riesce a curare ogni aspetto del film per dare ancor maggior enfasi a questo “scontro” tra l’originale e la copia, contro-incontro che si esprime attraverso il concetto di ibrido. Ogni elemento del film concorre all’effetto generico di ibridazione a partire dal tocco di cinema verité mescolati a elementi di fiction horror, fino agli effetti speciali utilizzati (trucco reale eCGI).

Elemento visivo fondamentale diviene quindi lo specchio. Gli specchi sono stati sempre utilizzati come elemento caratterizzante il “doppio”, ma, sebbene il film mostri una miriade di specchi dovuto anche alla loro importanza nel mondo della danza, ogni superficie possibile diventa riflettente in Black Swan per raggiungere un più alto grado di ibridazione tra i personaggi di Nina e quello di Lily (Mila Kunis). Il film mostra  infatti come Nina proietti in Lily il suo stesso self negativo ibridando il Reale con l’Immaginario tanto da rendere quasi impossibile la distinzione tra i due universi da parte dello spettatore. Gli unici elementi che ci vengono in soccorso sono il digitale, gli specchi e le scene dal forte impatto emotivo (scene quasi d’orrore e scene esplicitamente sessuali). Proseguendo ancora per un attimo il discorso sullo specchio, vorrei ricordare quanto esso sia importante per la costruzione della soggettività secondo Lacan (il riconoscimento allo specchio del bambino si fonda sulla sua differenziazione dalla madre). Qui gli specchi, utilizzati più che in accezione laciniana come elemento originario dall’horror, sono in funzione dell’ibridazione tra i due mondi insiti nel film (Reale e Immaginario). Avendo menzionato il tema degli effetti speciali vediamo come quindi quelli reali si mescolino al CGI e ad altri elementi digitali. Tutto il film mostra disseminati qua e là elementi caratterizzanti la storia de Il lago dei cigni così come elementi digitali come ad esempio la gamba di Beth Macintyre (Winona Ryder) o il suo autolesionismo al volto, o ancora i dipinti in camera della madre di Nina, Erica (Barbara Hershey), che iniziano a muoversi, oppure gli stessi occhi rossi di Nina e le prime piume che le iniziano a spuntare dalla schiena. Questi elementi (insieme a tanti altri che non ho qui citato) rappresentano una vera “frattura” della soggettività del personaggio rappresentata iconograficamente dalla ballerina del carillon con le gambe spezzate così come quelle di Nina stessa che cade a terra come se le sue gambe fossero senza controllo. L’apice dell’ibridazione tra il Reale del film e l’Immaginario di Nina si ha nel momento dell’attesa variazione del cigno nero, quella di cui molti appassionati dell’opera originale parlano. Rivedendo Il lago dei cigni mi sono resa conto che non emerge mai quella difficoltà insita a ogni ballerina nell’interpretare un ruolo così diverso dal cigno bianco. Aronofsky, dal canto suo, ha cercato di mostrare attraverso questo film quanto potesse essere complesso e destabilizzante dover assumere ruoli opposti in una stessa rappresentazione. Il personaggio di Nina si sdoppia per poi ricomporsi (nel delirio) della famosa variazione, sequenza che non solo rappresenta la preponderanza dello stato di delirio, ma che, attraverso una regia magistrale, porta l’ibridazione generale al suo apice. La sequenza in questione è così forte poiché vede una coreografia che tende a voler esprimere la forza del “lato oscuro”, la metamorfosi di Nina è dosata per rendere il tutto più suggestivo e il montaggio che prevede un ritmo che si accelera sebbene le inquadrature tendano verso il long take per concludersi con una maggior attenzione al primo piano e al gioco di campi e controcampi. Formalmente parlando la variazione del cigno nero rappresenta quindi l’apice di tutto il discorso portato avanti nel film, questo gioco del doppio, della sostituzione, dell’orrore nel lasciarsi andare. Il sesso infatti è fondamentale, tanto che Thomas Leroy (Vincent Cassel) cerca sin dalle prime prove di far emergere la sensualità di Nina che ha un’aria da sempre-vergine. Questa sensualità esplode grazie alle sue fantasie perverse nei confronti del suo doppio (di Lily), con cui si “unisce” nella scena in cui le due hanno un rapporto sessuale omoerotico. è da questo momento infatti che Nina può finalmente divenire il cigno nero ed esprimere tanto le sue doti di ballerina quanto quelle di femme fatale. Una volta finita la variazione, Nina si dirige verso Thomas e lo bacia appassionatamente. Ecco quindi come la sessualità, la sensualità, divengono parte integrante di Nina, che però non può comunque sfuggire dalla morte. In una lettura femminista si potrebbe quasi affermare che questa sia la “punizione” solita riservata ad ogni femme fatale (ricordiamo che questi personaggi vengono sempre puniti nel cinema classico hollywoodiano), d’altra parte, sapendo che il regista ha voluto disseminare elementi della storia de Il lago dei cigni in tutto il suo film, non posso che pensare a questa adesione tra il personaggio di Nina con quello del cigno bianco stesso che muore alla fine dell’opera di Tchaikovsky. La tanto criticata variazione del cigno nero rappresenta dunque il momento più riuscito a livello stilistico-formale del film, sebbene sia così diversa dall’originale, questo perché la storia che Aronofsky ha voluto raccontare è completamente diversa a quella del grande compositore russo.

 

Gabriela Primicerio

 

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Gabriela Primicerio

Laureata alla Sapienza in Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche, ha conseguito il diploma di Master in Gestione della produzione cinematografica e televisiva presso la Luiss. Costantemente in cerca di nuove sfide professionali.