Gomorra – la serie

Non essendo un’amante di serie televisive, l’idea di scrivere per questa sezione non mi era nemmeno balenata per la mente, l’importante però è mettersi in gioco; una buona opportunità per approfondire un argomento che rientra nella prospettiva della ricerca e della sperimentazione che tanto ci piace.

A mio parere le serie televisive hanno due limiti, in primis la coerenza psicologica dei personaggi e l’incompiutezza dei singoli episodi, differenziandosi dai film che rappresentano sempre uno spaccato autosufficiente. A mio avviso le storie dovrebbero essere come perle, possono formare una collana, ma sono perfettamente autonome, un ideale per le serie tv, che diventa possibile solo se già conosciamo il carattere dei personaggi. Nonostante le resistenze provocate da questi miei preconcetti estetici, era passato ormai un anno da quando Gomorra la serie, una straordinaria produzione, aveva alzato un polverone di polemiche ed io, più per pigrizia che per mancanza d’interesse, non mi ci ero affacciata per comprendere meglio. Da poco dunque ho iniziato a vedere la serie tutto d’un fiato, a informarmi e a cercare di capire anche che impatto abbia avuto Gomorra sulle persone. È stato comunque interessante approcciarsi alla visione solo dopo essere stata investita da commenti e giudizi altrui. Anche perché, come spesso accade, ci avviciniamo ai prodotti con un bagaglio di preconoscenze, primi termini di paragone con cui giudichiamo e valutiamo ciò che vediamo.

Chiedendo un po’ in giro mi sono resa conto che i maggiori detrattori di Gomorra sono coloro che si sono rifiutati di vedere la serie, mentre chi si è preso la briga di guardare tutte le puntate, se non le loda apertamente, quantomeno usa termini decisamente più morbidi nel giudicare la serie. Chiaramente ciò avviene perché le maggiori critiche non sono rivolte alla fattura di Gomorra, ovvero alla fotografia, alla recitazione, alla regia; si tratta piuttosto di mozioni morali. Primo tra tutti i commenti, nonché il più semplicistico, è la preoccupazione dell’immagine negativa di Napoli che la serie propone. Distribuita in 62 paesi, il racconto indaga e rappresenta la realtà più turpe e violenta di una città, ma anche dell’intero paese. Lo sguardo proposto sembra sempre freddo ed esterno, seppur profondamente coinvolto, il cui tratto distintivo è non essere mai intimorito dagli eventi. Anzi, è coraggioso e lucido, quasi a voler incarnare lo sguardo di un giornalista, che è presente e indignato, ma che non gira il volto, perché deciso a vedere per raccontare lo scempio e il degrado di una nazione bagnata dal sangue. Questa è la realtà che non deve trapelare? Sono questi gli aspetti che bisogna nascondere? Allora mi chiedo, una serie ambientata a Napoli di cosa dovrebbe raccontare, un posto al sole? Non credo che chi ama Napoli possa accontentarsi della riserva sociale in cui vivono le persone come me. La maggior parte del territorio campano letteralmente respira un’altra aria e sono tutti convinti che, per il bene del turismo, non bisogna concentrarsi su questi problemi per risolverli, semplicemente sarebbe meglio nasconderli e lavare i panni sporchi (di sangue) a casa propria. Parliamo del mare e del Vesuvio, per il bene del turismo, diciamoci quanto è buona la pizza.

Un altro problema da affrontare è la questione della rappresentazione di una realtà tutta campana. Le critiche attaccano la possibilità, e soprattutto la necessità, di raccontare vicende perse nell’omertà della violenza camorristica e nelle pratiche giudiziarie dell’antimafia. Tali discussioni però non prendono in considerazione il costrutto tecnico dell’opera né il suo valore storico. Poniamo il caso che dal cuore delle favelas brasiliane un coraggioso scrittore apra un varco conoscitivo rappresentando con puntualità e intelligenza vicende, mentalità, collusioni politiche dell’intero sistema criminale di quell’area e che venga prodotta una serie televisiva (sempre in brasile) qualitativamente alta, di valore antropologico e profondamente radicata sul territorio; non avremmo molti problemi a riconoscere l’importanza di una simile produzione e il giudizio si semplificherebbe data la distanza oceanica che ci separa dall’azione. Questo perché la distanza è essenziale. Gomorra invece è di casa e, se in Italia lo sforzo costante è quello di non guardare, non capire, non entrare, la serie opera contro corrente, in ciascuna puntata è ravvisabile uno sforzo per cogliere un linguaggio significante sia verbale, che sottinteso. Un punto di partenza importante il linguaggio, proprio perché è l’espressione di un intero sistema valoriale e di potere; un linguaggio criptato nel dialetto napoletano, ma non quello della musica e della poesia, un suo surrogato, che nasce dal corpo e dalla mano armata. Si può davvero dare in pasto all’Italia un piatto così amaro rappresentando l’indicibile, come quando Genny specifica al padre di una ragazza quale sia il pasto che ha servito alla figlia durante il coito? È come se venisse dichiarato “ingoia”. Nessuno, ma soprattutto le persone per bene, vorrebbero sapere una cosa del genere; eppure tutti ingoiamo questa camorra, e in particolare i napoletani la mandano giù ammalandosi di cancro, mangiando e respirando quello che esce da questa terra. E allora parole truci e senza edulcorazioni sono il vero sapore della vicenda e, nel tentativo di farlo assaggiare a tutta l’Italia e a tutto il mondo, Gomorra parla un linguaggio che ieri è stato ritenuto incomprensibile, ma che alla fine, grazie alla serie, tutti, loro malgrado, capiscono. Se il risultato dell’adattamento del napoletano al pubblico internazionale ha raggiunto un risultato che ha del miracoloso e dà un valore aggiunto al livello antropologico della serie. Questo linguaggio conferisce alla serie un ulteriore elemento di spessore: consideriamo le espressioni verbali di Gomorra che attingono a un universo di riferimento identificabile con il sistema di valori condiviso nei clan. La frase a effetto, la metafora, il motto sono usati per acquisire uno status quo; i migliori forgiano leggi che rimangono stampate nella memoria per la loro brutalità, sono i capi ad elaborare fraseologie, il cui senso è spesso vacillante, vacuo, ma incisivo. Mi torna alla memoria Ciro, che durante un confronto con Genny chiede spiegazioni (avrebbe mai fatto così con Pietro Savastano?), “mio padre diceva sempre che io avevo la guerra in testa, ma lui ha la testa per la guerra”, e che significa? Il senso è piuttosto evidente, per quanto sciocco e presuntuoso Genny non ha divagato, la sfida di Ciro è quindi scoperta, non accetta la superiorità dal compagno. Si apre dunque la questione del linguaggio sommerso, della possibilità della menzogna e dell’inganno, sembra che i personaggi abbiano dentro di sé uno scuro ammasso torbido e denso di pensieri inesprimibili, ravvisati da parole che lasciano uno spazio d’interpretazione spesso ambivalente, il cui unico punto fisso è: fotto chi mi fotte e meglio se fotto io prima di tutti. Il sangue lava l’offesa, ma cancella anche il sospetto (e l’affetto). Finzioni e rituali sono parte della vita “civile” dei personaggi, sono la formalità rispettata, ma di tutt’altro si può parlare tranne che di rispetto. Il gesto è quello che conta, nient’altro, perciò del funerale, del matrimonio e della recita scolastica non rimane che la forma di una vita regolare, perché i contenuti e le intenzioni si distorcono drammaticamente. Da qui possiamo aprire una breccia per parlare delle atmosfere: è apprezzabile la capacità di aver messo in scena attraverso la fotografia, che oscilla dal freddo verdastro della notte tra le strade e foschia luminescente del riverbero del sole sull’asfalto nudo, un mondo invisibile, mai visto prima così vivido e reale, perché tutti i volti e le location sembrano sottratti dal loro normale uso e gettati nello schermo. Per questo vedo Gomorra come il punto di congiunzione tra innovazione e tradizione neorealista, per ridare valore al genere gangster-noir all’italiana. I luoghi della serie sono quelli realmente battuti dalla camorra, a partire dalla villa dei Savastano (location che ha attratto scandalo), alle riprese nelle Vele. L’attenzione dedicata alla riproduzione dell’ambiente culla della malavita, così come l’abbigliamento, riescono a trasmettere con potenza l’intero universo in cui si svolge la vicenda. É il brutto che domina. La bruttezza, che non collide con il denaro, è tutta soggetta a un punto di vista corrotto dal potere, spazi dedicati a uso e consumo esclusivo della camorra. Nella serie vediamo Scampia diventare un regno, il degrado è terreno fertile, ma viene considerato casa e territorio, la potenza e la ricchezza non sono mai il mezzo per allontanarsi, sono anzi un bagno nello squallore e nella miseria umana.

Prendiamo in esame l’episodio in cui Genny imbastisce il suo teatrino romantico per Noemi: la scena non si svolge a Posillipo di fronte al mare, né per le splendide strade o nei locali del capoluogo campano, siamo sullo striminzito balcone di una casa popolare prestata al figlio del boss per l’occasione. Lo scenario desolante, l’apprezzamento dei partecipanti e l’ammirato cantante neomelodico costruiscono una scena intrisa di squallore, nata dal delirio d’onnipotenza, alternata magistralmente, attraverso un raccordo musicale di grande impatto, al soffocamento del giovane nelle carceri, sopraffatto dalla consapevolezza del suo destino. Sono associazioni importantissime, perché ricamano un intreccio di sensazioni spiacevoli nello spettatore. Uno dei punti su cui batterei con fermezza è proprio l’impossibilità di un giudizio positivo sui personaggi. Nelle teorie d’analisi cinematografica si è molto parlato del piacere visivo e dell’identificazione e, sulla base di questi studi, posso tranquillamente affermare che la serie Gomorra si è conquistata un posto come caso esemplare. L’identificazione con i personaggi dell’epopea camorristica raccontata è un’esperienza di puro sadismo, quando ci troviamo nei panni di questi delinquenti, si stringe il cuore, sappiamo che potremmo morire in qualunque momento di una morte violenta, e il pensiero che pulsa costantemente nel cervello dello spettatore è “non vorrei per nessun motivo trovarmi lì, non vorrei essere io, non deve accadere a me”. Un esempio potrebbe essere quando Ciro parte per la Spagna per incontrare Conte, momento che richiama alla mente lo spirito della tragedia greca, ove non c’è scelta, destino, impossibilità, vicolo cieco, siamo continuamente investiti dalla sensazione che il cappio attorno al collo si stringe, quasi riusciamo ad avvertire il freddo metallo della pistola poggiato sulla tempia. Tragico è il destino dell’esperto di finanza milanese, se vogliamo un elemento esemplare per ricollegarci al rapporto nord e sud, imprenditoria e camorra: leggi razionali del mondo finanziario vengono sconvolte dalla rabbia e dalla violenza bestiale del ragionamento criminale, ma soprattutto viene alimentata dal suo denaro. Camorra è ovunque. Camorra è tutto. In particolare la camorra è un affare pericoloso, l’opportunità di fare tanti, tantissimi soldi, che però non possono essere goduti. Non ci si può nascondere, la maggior parte degli affari vanno in questo modo e spesso finiscono in un bagno di sangue oppure cinti di manette. Ma come si può rimanere indifferenti di fronte alla fattura del racconto di Gomorra, all’incredibile chiarezza e linearità con cui la vicenda è posta? Possiamo sentire il filo della tensione mentre il commercialista Musi cerca disperatamente un modo di placare Donna Imma e recuperare il denaro dei Bond Finlandesi, giocando a una roulette russa con la leonessa napoletana, perdendo prima la società frutto di un sogno, la fiducia, e in fine la vita, in una scena emblematica all’interno di un ristorante di lusso, in cui Donna Imma illuminata da un faretto mangia pasta con le vongole e dà i suoi ordini, di fronte a lei Musi in lacrime, disperato, ma rassegnato. Il conto della camorra si presenta sempre puntuale e salato. Gomorra diventa uno specchio, la fiction che guarda la realtà e ne è riflesso.

Qualunque sia la ricompensa sperata dagli attori del gioco non c’è ritorno e il male si spiega nel vuoto più totale, forse è per questo che noi lo chiamiamo sistema, il rovinoso ingranaggio che muove le fila di queste vite e di queste famiglie, è il circolo d’affari e di denaro il  motore e unico vero beneficiario del versamento di sangue, i camorristi sono solo i ratti allattati da questa gigantesca scrofa. Alla luce di queste evidenze, come è possibile sostenere che un prodotto come quello di Gomorra ha la capacità e la volontà di consacrare questo stile di vita? Secondo l’analisi cinematografica classica, la serie provoca nello spettatore qualcosa di diametralmente opposto: il gioco di immedesimazione assomiglia allo schema perpetuato dal genere Horror e Thriller, decisamente diverso da Scarface e Blow.

Uno dei tratti distintivi di Gomorra è sicuramente la scrittura, essenziale, precisa e coinvolgente al punto da rendere la visione necessaria quanto spiacevole (sia per quanto concerne i dialoghi che le azioni). La psicologia dei personaggi non è perfettamente delineata e coerente, ma è sostenuta dall’eccellente recitazione degli attori, dalla ricercatezza delle location e dei volti dei personaggi minori e delle comparse. Uno dei momenti più riusciti del racconto, capace di proporre un punto di vista inedito in Italia, è stato l’episodio in cui gli spacciatori di crack africani decidono di contrattare la percentuale dei guadagni con Don Pietro. Personalmente non ho mai assistito a una rappresentazione così forte e vivida delle carceri. Le scene sono riuscite a esprimere con tanta chiarezza una condizione claustrofobica e opprimente, campi stretti e asfissianti, la macchina segue il boss nella sua permanenza così come potrebbe seguire un leone in gabbia. I disagi continui avviliscono l’ex padrone del territorio, controlli prima dei pasti, controlli notturni, il calvario delle docce. Forse è l’unico momento dove abbiamo modo di confrontarci con l’autorità, dove troviamo una piccola nemesi capace di intaccare la superbia e il potere dei Savastano. Eppure il racconto, in questo momento, prende una svolta inaspettata: fin ora abbiamo visto Pietro come un boss carismatico e deciso, ma ancora non ci siamo spiegati del tutto il perché, in fondo le sue azioni si perdono nella storia del clan, e noi spettatori restiamo all’oscuro del perché del suo potere indiscusso. Narrativamente il quarto episodio è fondamentale: Sangue Africano ci da la prova tangibile delle capacità di Pietro; grazie alla creazione di questa vicenda completiamo mentalmente un quadro che ci era stato posto senza troppe spiegazioni. É un’operazione magistrale di scrittura, interpretazione e realizzazione, che porta momenti di soddisfazione stupefacente e di capovolgimenti improvvisi. In Italia questi livelli qualitativi, tranne per poche eccezioni, erano diventati storia vecchia, che Gomorra ha riportato alla luce, mostrando che anche noi abbiamo buone idee e sappiamo come svilupparle.

 

Ecco un link https://www.youtube.com/watch?v=sCC509x-hi8

Questo video viene proiettato sugli schermi della metro e delle funicolari napoletane, vorrei che mi spiegassero perché l’attore (Snack) nel dire che lui NON È GOMORRA assume un atteggiamento intimidatorio, contratto. Se la sua intenzione era spaventarmi per convincermi, dico che Gomorra ha fatto notevolmente meglio, perché almeno spiega il motivo per cui noi tutti dovremmo essere indignati. Nonostante che Snack cerchi di trasmettere un messaggio anti-Gomorra e quindi pro-Napoli esprimendosi rabbiosamente e cercando di spaventare i poveri passeggeri della metro che di certo non hanno acceso loro gli schermi e hanno scelto deliberatamente di ascoltare Snack (contrariamente a chi ha deciso di seguire la serie Sky), l’attore lancia due accuse pesanti: 1) Gomorra la serie è una mera operazione commerciale, 2) attraverso una serie televisiva non si fa informazione.

Per semplicità risponderò prima alla seconda osservazione facendo una sola domanda: perché? Non c’è nessun motivo per cui una serie non debba essere anche un veicolo conoscitivo. È una posizione inutilmente conservatrice vista la rapida evoluzione del genere. Anzi, personalmente credo che Gomorra – la serie sia il prodotto che meglio rispetta la sua natura. Gomorra il romanzo ha una scrittura un po’ acerba, senza una forma apprezzabile, è un romanzo a tratti confuso e difficile da assimilare. Non a caso anche il film di Garrone ha lo stesso sentore, più che di denuncia, di genere sperimentale, dall’intreccio delle storie, al realismo estremo, alle inquadrature, gli elementi sono più diretti a creare immagini e sensazioni che a inscenare una vicenda storica e un’operazione giornalistica. Per quanto riguarda la questione della manovra meramente commerciale ho la sensazione che in Italia siamo abituati a ragionare in un’ottica distorta riguardo l’Arte. Come è possibile che non sia evidente che Gomorra è una produzione intrisa di rischio data la scelta delle location, per via del budget, per l’accoglienza incerta del pubblico? Pensare che qualcuno ci abbia visto una possibilità di fare soldi facili, lucrando su una situazione tragica, è per me una possibilità remota. Credo invece che ci siano state persone che ci hanno creduto e che sono state pronte a correre il rischio al fine di realizzare un prodotto eccellente. È molto facile in Italia puntare il dito e accusare altri di coltivare interessi, quando in qualunque altro paese un’operazione commerciale è scevra da giudizi morali e l’arte opera per crescere e autosostenersi. C’è bisogno di preoccuparsi di quanto abbiano lucrato tutti gli artisti e gli operatori dello spettacolo, di quanto abbia accresciuto una casa di produzione, o del poco che è finito nelle tasche dei tecnici o si è riuscito a pagare l’affitto, in confronto alla quantità di denaro sporco che politici e malavitosi accumulano con il silenzio e il solito atteggiamento di chiudere un occhio quando serve? Io dico invece di aprire gli occhi e vedere Gomorra.

 

Matilde Trifari

 

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