Adaptation: Il ladro di orchidee

L’adattamento cinematografico di Charlie Kaufman.

 

“Come si costruisce una sceneggiatura? E’ l’autore ad adattarsi alla trama o è la storia a modellarsi in base alla personalità dello scrittore come se scaturisse dalla sua personale visione del mondo?”

 

Lo sceneggiatore più contorto del momento è stato interrogato durante un’ intervista di qualche anno fa proprio su questa questione senza trovare  alcuna risposta soddisfacente, probabilmente non era neppure troppo intenzionato a trovarne. Charlie Kaufman è stato definito una delle personalità artistiche più influenti dell’ultimo decennio, nonostante abbia pochi film all’attivo e per giunta uno più complesso dell’altro. Uno dei suoi capolavori di cui non sempre si parla (si tende a menzionare The eternal sunchine of the spotless mind o Essere John Malkovich) è probabilmente il film più esplicativo sulle difficoltà dello scrivere una sceneggiatura: Adaptation:  Il ladro di orchidee, diretto da un geniale Spike Jonze.

 

 

Che il film abbia qualcosa di straordinariamente strano lo si intuisce già dai titoli di testa e dal packaging del dvd, in cui accanto al nome dello sceneggiatore ne compare un secondo, quello del fratello fittizio di Charlie, Donald Kaufman. I protagonisti della storia sono infatti i due gemelli entrambi sceneggiatori, ma uno lo è per davvero e l’altro lo diventa solo per seguire una moda intellettuale.

 

Perché Kaufman inventa un fratello co-sceneggiatore? Questo è uno dei misteri che ruotano attorno la persona dello scrittore; ma non basta un intero film per scioglierlo. Dal principio si evince la difficoltà di Charlie, inteso sia come persona reale che come personaggio del film, nell’iniziare la sceneggiatura. Nel lungo monologo iniziale durante i titoli di testa il protagonista dà voce alle proprie insicurezze lanciandosi in un elenco di difetti psicofisici che gli appartengono e scopriamo solo parecchi minuti dopo, quando lo schermo dal nero inquadra l’attore (Nicolas Cage), che tutta la tribolazione mentale non è altro che la tipica perdita di tempo dello scrittore che messo davanti al foglio bianco non sa come iniziare il lavoro perdendosi in voli pindarici.

 

Il film è un esempio della tecnica del mise en abyme, dal francese “collocato nell’infinito, nell’abisso”, come un sogno nel sogno o ancora meglio un racconto nel racconto. Un film che racchiude la psicologia di un personaggio che a sua volta è lo specchio della persona che gli ha dato vita: le ansie di Charlie Kaufman personaggio sono le ansie che ritroviamo, su carta prima e schermo dopo, dello sceneggiatore reale. Dopo il grande successo di Essere John Malkovich lo sceneggiatore viene letteralmente inseguito da attori, produttori e regista che premono per avere un nuovo script, ignorando il disagio di Kaufman nell’iniziare, senza alcun colpo di genio, un nuovo lavoro. L’idea quindi nasce proprio da questo disagio: trasforma in materiale da film l’esperienza che stava vivendo realmente.

 

I monologhi interiori sono lo strumento migliore per narrare della difficoltà di rapportarsi al personaggio. Il suo più grande talento gli si rivolta contro, è perfettamente consapevole che l’unica cosa che gli riesce bene è scrivere, eppure non riesce a farlo. Effettivamente la materia del libro che deve sceneggiare non è semplice: è la storia di un trafficante di piante che per cercare l’Orchidea Fantasma finisce in carcere; alla sua storia si appassiona la giornalista Susan Orlean (interpretata da Maryl Streep) che decide di scriverne un libro. Il film segue due punti di vista inizialmente: quello dello sceneggiatore e quello della giornalista, accompagnati da due voci fuori campo e due tipologie di dialoghi interiori. Doppia crisi quindi, quella della giornalista che non sa come scrivere il libro e quello di Charlie che non sa come sceneggiarlo. Nel pieno del delirio artistico, di cui è perfettamente consapevole, si aggiunge un triplice piano del racconto che è quello delle allucinazioni dello scrittore che immagina di parlare con la giornalista. Probabilmente la più grande trovata del film è proprio quella di alternare tre piani del racconto, che per il grande pubblico risulta essere una scelta troppo pretenziosa, ma in realtà la complessità di questa sceneggiatura racconta meglio di qualsiasi manuale il dilemma di uno scrittore.

 

Esiste quindi un modo in particolare per raccontare una storia? Di farne un adattamento cinematografico? Nel film viene data una risposta meravigliosa: “esistono tanti modi di raccontare, tanti quanti sono i tipi di orchidee, tremila, fiore più, fiore meno”. Per il protagonista il vero dilemma è quello di trovare l’ispirazione e volendo utilizzare una metafora che lo rimandi al libro, la definisce come un fiore raro.

 

L’esistenza di Charlie è resa ancora più patetica dalla presenza del fratello gemello Donald che è il suo opposto: di successo, sicuro con le donne, intraprendente. La crisi e lo sconforto per Charlie iniziano proprio con l’interessamento di Donald per la scrittura. Anche i loro modi di scrivere si sovrappongono, Donald infatti predilige i colpi di scena intrisi di avventura stile kolossal hollywoodiano, tanto da seguire un corso di sceneggiatura in cui gli insegnano a scrivere roba commerciale priva di spessore, esattamente il contrario di quello che fa Charlie. Donald finisce per avere la fama che spettava invece al fratello, tanto che Charlie stanco dei propri deliri decide di chiedergli aiuto per completare la sceneggiatura. Si apre quindi il punto più basso dell’intelletto di Charlie; cambia il suo stile di scrittura e cambia anche il filone del film in corso d’opera, tendendo verso il commerciale. L’entrata in scena di Donald comporta un cambio radicale in tutto il film. Inizia un’avventura da film giallo, tanto che la sceneggiatura elegante vista fino a questo momento, si riversa nella volutamente disastrosa sceneggiatura di Donald. Il film finisce per avere un epilogo disorientante che si distacca completamente dal suo inizio, passando dall’analisi introspettiva di un personaggio alle disavventure con sfondo da thriller di un uomo insicuro. Il passaggio drastico viene sottolineato anche dal cambio della colonna sonora, che passa dall’essere leggera a repentinamente incalzante.

 

L’adattamento quindi è inteso come vero e proprio adattamento alla vita, come la stessa Susan afferma nel film “adattarsi per le piante è passare alla fase successiva, ma per una persona è una vergogna, è come fuggire”. E’ probabilmente per questo che nasce il personaggio forte di Donald, per aiutare il fratello ad affrontare le proprie paure nel vivere un cambiamento; per Charlie scrivere è un viaggio nell’ignoto e non avendo il coraggio di lanciarsi trova l’espediente ingegnoso del fratello per darsi la spinta finale. La storia dei gemelli Kaufman si intreccia con i pensieri vorticosi di Charlie Kaufman sceneggiatore reale, portando le sequenze accelerate della sceneggiatura a sovrapporsi al romanzo di Susan, come un montaggio alternato che, alla fine, accompagna lo spettatore all’unica scena finale che invece di chiarire, confonde maggiormente. Occorre sbalordire lo spettatore alla fine, magari tentando il tutto per tutto, baciando la donna che si desidera, dichiarandole amore, partendo alla ricerca di un fiore irraggiungibile che cresce oltre una palude irraggiungibile o, come ha fatto Kaufman, scrivendo una sceneggiatura focalizzata interamente su noi stessi.

 

Elisabetta Matarazzo

 

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Elisabetta Matarazzo

Elisabetta Matarazzo, classe 1988. Laureata nel 2011 in "Letteratura Musica e Spettacolo" e nel 2013 in "Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche", presso l'università di Roma la Sapienza.