Stivali e Statuette

Pensieri sulla quella bellezza che piace agli oscar e si chiama Italia.

Cimentarsi nello scrivere un pezzo per una rubrica chiamata “storia del cinema”, non è impresa semplice.  Perciò ho pensato di chiarirmi le idee riflettendo su cosa, di preciso, mi è stato chiesto di fare: scrivere “un pezzo di storia del cinema”, bene, sono sulla strada giusta. “Un pezzo” deve essere qualcosa di limitato, già questo concetto può venirmi incontro per trovare una forma adatta, quindi…meglio se scrivo: un pezzo di storia italiana. D’accordo, ora però devo trovare l’argomento, il file Rouge, quale potrebbe essere intrigante? Qualche argomento di attualità, legato al cinema? Fammi dare un’occhiata in giro, zapping in tv, sfoglio una rivista, mi affaccio alla finestra e ad un tratto mi rendo conto di una cosa … ciò che cercavo era ovunque, proprio lì davanti ai miei occhi. La grande bellezza. Ho cercato di pensare qualcosa di diverso, di meno ambizioso, ma alla fine, non riuscivo più a vedere nient’altro. “La grande bellezza” è stato l’evento cinematografico italiano più rilevante degli ultimi anni. Paolo Sorrentino vince l’oscar per il miglior film straniero, e ha scatenato intorno al film una bufera, acclamata e criticata, la sua opera era sulla bocca e sulla penna di tutti.  La scintillante statuetta riporta i riflettori sul cinema italiano, un orgoglio che, per chi è come me, questa gioia non la prova nemmeno durante i mondiali di calcio. La grande bellezza reinterpreta il concetto di cinema e di spettacolarità, creando giochi di luci ed ombre sulla società italiana, che nasconde la sua vacuità dietro le artistiche forme delle sue eterne architetture. Ma come raccontare un film che ha per oggetto il suo stesso nulla, di una statura elevatissima, finissimo nei suoi caleidoscopici dettagli, nei suoi vani giri parole così ricchi di significato e così poveri di sostanza. Parlare del La Grande Bellezza mi mette un po’ a disagio. Per questo quando scrivo evito di guardare la medusa dritta negli occhi, per non rimanere pietrificata di fronte la difficoltà di imbastire un discorso talmente complesso e corposo da non riuscire a condurlo in modo soddisfacente, e vi approdo a sponde, pian piano. Faccio perciò di questa analisi una più vasta discussione. Devio su un terreno più neutrale.

Una storia del cinema, oggetto della dissertazione, potrebbe essere quindi: la storia dei film italiani che hanno vinto l’oscar al miglior film straniero. Faccio subito una piccola ricerca ed eccoli, tutti i film italiani che hanno vinto l’oscar per il miglior film straniero e il regista.

  1. Sciuscià 1946, regia Vittorio De Sica
  2. Ladri di Biciclette 1948, Vittorio De Sica
  3. La Strada 1957, Federico Fellini
  4. Le Notti di Cabiria 1958, Federico Fellini
  5. La Ciociara 1960, Vittorio De Sica
  6. Otto e mezzo 1962, Federico Fellini
  7. Ieri, oggi e domani 1963, Vittorio De Sica
  8. Indagine su un cittadino al di sopra di qualunque sospetto 1969, Elio Petri
  9. Il giardino dei Finzi Contini 1970, Vittorio De Sica
  10. Amarcord 1973, Federico Fellini
  11. L’ultimo Imperatore 1986, Bernardo Bertolucci
  12. Nuovo Cinema Paradiso 1988, Giuseppe Tornatore
  13. Mediterraneo 1990, Gabriele Salvadores
  14. La vita è bella 1999, Roberto Benigni
  15. La Grande Bellezza 2014, Paolo Sorrentino

Ora, per meglio interpretare questa lista bisogna chiedersi, c’è qualcosa che accomuna tutti questi film? Hanno vinto l’oscar per una serie di coincidenze, o hanno in comune qualcosa? Come prima evidenza vorrei far notare che tutti questi film hanno almeno un aspetto che seduce molto il gusto americano.

L’Academy Award of Merit è comunemente conosciuto con il nome di Premio Oscar, è il premio cinematografico più antico e prestigioso del mondo, ed è assegnato da un nutrito numero di artisti ed esperti del settore. Per comprendere il significato del premio bisogna tener in conto che viene assegnato dai rappresentanti più facoltosi dell’industria cinematografica più ricca e importante della storia. C’è perciò un valore di fondo fortemente condiviso: il cinema. Inteso come espressione di un sogno che segue precisi e sublimi canoni tesi a provocare una reazione fortemente emotiva da parte dello spettatore. Il rapporto con il pubblico sembra però l’essenza delle scelte fatte dalla giuria, il premio è rivolto a coloro i quali sono riusciti ad esprimere meglio il concetto di cinema. Personalmente ho l’impressione che questa manifestazione abbia come finalità di decretare e celebrare i film che diventano classici di un genere o di un periodo. La particolarità del premio assegnato al film straniero è che può consacrare anche lo stile della nazione che lo vince. In un effetto accentuato dal fatto che l’America è stata a lungo il riferimento culturale di gran parte dell’Europa e dell’occidente. Il premio oscar viene dato a quei film che meglio riescono a lasciare un’impressione universale dell’Italia. Un linguaggio che deve essere perfetto in ogni sua parte, dalla musica, all’ambientazione, alla storia, all’immaginario di riferimento insomma, è premiata la creazione di una visione condivisa e riconosciuta come Italia. Così come un buon piatto di spaghetti, dall’aspetto al profumo, possono trasmettere un’atmosfera, facendoci sentire il sapore di casa, si assapora una storia o un ricordo, anche l’esperienza cinematografica ha questo potere.

Il primo film ad aver vinto questo premio non a caso è considerato il terzo capolavoro del neorealismo italiano. I primi cinque oscar italiani adottano esattamente quel linguaggio cinematografico universale, e il riconoscimento è stato forte da parte degli Stati Uniti, che subito dopo la seconda guerra mondiale ha avuto molti rapporti con l’Italia, permettendo a molti americani di viaggiare e vederla.

Il primo Oscar dell’Italia lo vince De Sica nel 46, (si tratta però dell’oscar speciale, quello al film straniero dovevano ancora inventarlo) immediatamente dopo la guerra, quando gli americani avevano ancora fresco il ricordo degli italiani e della loro terra devasta. Vittorio De Sica è già un artista affermato quando riceve il riconoscimento per Sciuscià, un film che racconta la tragica vicenda di due ragazzini, Pasquale e Giuseppe. Ambientato a Roma dopo l’arrivo degli alleati, Sciuscià mostra in dettaglio la vita di quei bambini che affollavano la città e che sembrano nati da un vicolo, soli e senza origine, generati dallo scompiglio della guerra. Sciuscià è un termine usato per indicare il lustrascarpe, questa parola potrebbe avere origine da un suono onomatopeico, ma in realtà è la storpiatura dell’inglese “shoe-shine”. Sembra quasi una metafora che spiega il rapporto cinema italiano-oscar, prendere un linguaggio americano e farne un nostro dialetto. Parte del fascino esercitato da questi film italiani è lo sguardo con cui vengono raccontate le vicende più emblematiche del malvivere di un’Italia difficile, c’è sempre un fondo di ironia e di esaltazione della vita. Se per i lavori di De Sica lo sguardo si distingue per la lucidità, per il suo non essere mosso dalla compassione, ma dall’orgoglio, non indugia sui dettagli più crudi, ma li racconta con dignità e coraggio, in Fellini, che ha seguito a suo modo uno stile neorealista nei primi film, c’è ironia, c’è una filosofia scanzonata, un po’ accattona, un po’ nobile. La macchina di De Sica pedina i suoi personaggi, tutti vivono storie tragiche e crudeli, ma sorridono, cercano nel loro percorso la felicità, proprio perché in quel momento stanno vivendo, e non possono far altro che cercare una pace. La macchina di De Sica spia, segue, pedina, mentre quella di Fellini avvolge, accompagna e gioca con la vicenda.

In Sciuscià, Ladri di Biciclette, la Ciociara è insistente il richiamo alla verità, alla povertà e alla guerra, mentre i Film di Fellini rappresentano un dolore. La strada è un racconto feroce del limite tra sogno, desiderio, e vita reale. Una creatura come Gelsomina, ingenua e ignorante, che conosce solo le sue emozioni, segue Zampanò nel suo peregrinaggio d’artista di strada, lui che del comune concetto d’artista sensibile non ha nulla e le sue esibizioni sono più un crudo spettacolo umano. La miseria unisce i due in un connubio impossibile, perché Zampano esibisce il suo prodigioso corpo e ne è schiavo, mentre Gelsomina è espressione del nulla che è qualcosa per puro caso, la sua è sempre una sorpresa, una sprovvedutezza che la lascia in balia della strada e del suo rozzo compagno. Gelsomina è, a sua insaputa, un pagliaccio, il sorriso dipinto sul volto della disperazione. Il Personaggio de Le notti di Cabiria è ancora molto vicino a Gelsomina, ma è anche il suo opposto. Il film si apre con una coppia che corre in un campo, lei avanti, lui la segue, poi un bacio, corrono ancora, si intravede un fiume e delle case popolari sullo sfondo, la ragazza si ferma vicino la riva per baciare di nuovo il ragazzo, ma mentre lei è in preda a un impeto di gioia, lui le ruba la borsa e la spinge nell’acqua. Quando la poverina riprende i sensi ha una reazione imprevedibile, urla sguaiatamente e ha scatti di ira incontrollabili. L’illusione creata con tanta eleganza e semplicità di un amore idilliaco vanno in frantumi, si sente persino che quella minuta fanciulla tanto innamorata fa la vita, in qualche modo se lo sarebbe dovuto aspettare, e anche l’apprensione svanisce, che se la cavi da sola quella lì. Cabiria è una ragazzotta che si difende sempre, è matta o ha i nervi a fior di pelle, per nulla raffinata; Cabiria brilla però di una grazia interiore esplosiva e straordinaria, sincera, che la rende estremamente umana.

Ed è il carattere delle Italiane offese della vita, che però continuano a sognare un matrimonio e l’amore, ma costrette in quella legge verghiana secondo cui il destino è quello della nascita, ovvero miseria alla miseria, e ogni tentativo di riscatto è una nuova ondata di dolore. Una serie di sfortunate coincidenze, tra cui Fellini cita e rappresenta la religione come inganno al pari del trucco di ipnotismo, fanno in modo che Cabiria ceda di nuovo all’illusione di un cambiamento, e se all’inizio avremmo potuto ritenerla un sciocca a fidarsi degli uomini, alla fine siamo certi che lei è una vittima, e che tutta la sua bellezza è nel modo in cui riesce ad affrontare la vita, meglio esser matti forse, perché se ci ragioniamo su, l’avremmo fatta finita da un pezzo.

Queste considerazioni rendono in qualche modo l’atteggiamento dell’Italia, della cultura e della mentalità, attraverso il linguaggio cinematografico. Amarcord e la Ciociara hanno ancor più a che vedere con la rappresentazione del paesaggio, del territorio, del piccolo centro e della vita delle campagne. Le storie differiscono moltissimo, ma il tema rurale e della femminilità è invece presente in entrambi. La Ciociara, Sofia Loren, è una contadina piena di carattere, forte e realista, che difende come una leonessa la sua sensibile e delicata bambina, nata e cresciuta in città. La ragazza rappresenta il futuro, l’evoluzione verso una società del pensiero, non priva di forza, ma debole in confronto alla madre, la civiltà rurale, fatta di un sapere diverso, legato alla natura delle cose e al sentire. Due parti di uno stesso insieme, la madre e la figlia, la donna e la bambina come unicità e interdipendenza, sullo sfondo della guerra e della fame c’è la lotta di una donna che vuole salvare la figlia dalla corruzione, dalla fatica e dalla morte, nel film gran parte dei rapporti tra i personaggi sono espressi dagli sguardi degli attori, diretti sempre in modo magistrale, il film potrebbe essere muto, perché tutti  i sentimenti sono perfettamente ravvisabili dai micro movimenti sui volti dei protagonisti (pensiamo allo sguardo indiscreto dell’anziano sul treno, non viene pronunciata una parola di troppo, ma l’azione si svolge chiaramente). La Ciociara racconta al mondo lo scompiglio sociale in Italia durante l’occupazione, è il racconto dell’angoscia, dell’incertezza; parla di un tema caro agli americani, cioè la resistenza, ma non si schiera, rimane fuori dalle prese di posizione e adotta il punto di vista di chi non c’entra proprio nulla, di chi vuole solo la fine della guerra, senza vinti o vincitori (ma soprattutto senza morti). Nonostante ciò l’America e il mondo vedranno per sempre la bella Sofia come emblema di una forza del Mediterraneo, piena di vita, simpatica e aggressiva, dolce e impertinente, e ancora una volta l’immaginario mondiale aggiunge un tassello al suo disegno dell’Italia in cui la donna è bella e maliziosa come una diva, ma forte e pura come una contadina. In Amarcord, che è di molto posteriore, ma è un racconto corale dell’antico borgo Rimini, regna un’aura nostalgica, ed è come se il film sbocciasse delle memorie d’infanzia del regista, dalle ambientazioni, alle storie dei personaggi; la città è stata ricostruita negli studi di Cinecittà, per permettere all’autore di modificarla nei piccoli particolari e presentarla esattamente come è ricordata dall’autore (e  non come era). Anche qui la femminilità, il desiderio, l’abbondanza sono tratti distintivi del racconto, la donna Felliniana nasce dai personaggi che popolano e passeggiano per le vie del borgo, esagerate e strane, grosse e con i seni rigonfi, avvolgenti come mamme, ma depositarie di un segreto, maliziose e lascive, tutte per Fellini fonte d’ispirazione e di continuo interesse.

Otto e mezzo rappresenta uno spartiacque nella storia italiana del premio oscar: Fellini e De Sica ricevono premi usando degli stili diversi dai precedenti.

Otto e mezzo e Ieri, oggi e domani hanno come fondamento l’uomo, Federico Fellini è premiato per aver realizzato uno degli esperimenti cinematografici più ambiziosi nella storia del cinema, è messa in scena l’eziologia di un film mai nato, è il racconto e una perdita e di un riavvicinamento. L’uomo e il regista si trovano in momento della vita in cui il vortice entropia della coscienza e della fantasia diventano talmente possenti da bloccare la naturale conformazione del racconto, Fellini abbandona ogni tipo di pretesa razionale e in una sorta di delirio è costretto a raccontare se stesso senza dare un senso alle immagini mentali. Tutto e sempre, uno nessuno e centomila, quello che viene a crearsi è un fitto labirinto di emozioni e memorie sullo sfondo di una Roma vorace e caotica, un passo verso la Grande Bellezza. Ieri, oggi e domani invece è la più brillante e toccante commedia di Vittorio De Sica, che personalmente ricollego al bellissimo film di Benigni (La vita è bella). Entrambi hanno quel tocco che li rende amati e conosciuti in tutto il nostro bel paese, quello è un sorriso italiano, un’espressione amara e rassegnata. De Sica parte dal sud, da quella sfacciata bellezza napoletana, piena di guai e sotterfugi, per giungere alla lasciva e invitante Roma e alla preziosa Milano, borghese e perbenista. Nei tre episodi il tempo dell’azione è il passato a Napoli, il concepimento precedente a una qualunque rinascita è mancato, e adesso bisogna scontare il peccato della povertà, quello che si consuma a Napoli è un episodio affascinante, che mette in luce pregi e difetti di una città che è specchio di tutto il Sud Italia. Il futuro è desiderio, è Roma e la sua bellezza non concessa, attesa e promessa (a un certo prezzo chiaramente), quel che è dato dal piacere è ostacolato dal sentimento religioso, che per quanto illusorio è la via del riscatto di un qualcosa che è stato venduto ormai da tempo. La vita è bella di Benigni, se da un lato strizza l’occhio all’America, chiudendo il film con l’entrata dei carrarmati Americani nel campo di concentramento (chissà perché non Russi poi), e ripetendo una novella che ha assillato tutti gli anni ’90, quella dei tremendi nazisti e della shoah ebrea. Terreno già combattutissimo tra l’America e l’Europa per la supremazia del racconto, il ghigno Benignano si introduce furtivamente nella diatriba, e quella vocina dell’Italia, che ha taciuto i soprusi per non aver riconosciuto le colpe, si fa sentire. E in che modo? Ridendoci un po’ su. Un riso che però non è sciocco, ma nasconde una filosofia cinica dietro, ed è la ricerca del senso della vita. Anche il nostro Roberto Benigni è riuscito a raccontare in un ottica inedita quegli avvenimenti catastrofici, sicuramente grazie a un suo ingegno particolarissimo, alla sua acuta intelligenza e alla capacità di sottolineare il peggio, nel la vita è bella ci sembra che il diavolo stesso sia vestito da pagliaccio e ridicolizzato dalla fantasia e dalla forza dell’amore, è l’istinto di sopravvivenza che mette un velo davanti agli avvenimenti più inconcepibili dell’umanità. Anche il Giardino dei Finzi-Contini e Mediterraneo sono ambientati nella seconda guerra mondiale, in quello che sembra sempre più il tentativo del popolo italiano di rispiegare a modo proprio una situazione imbarazzante. Abbiamo amato i nostri nemici! In fondo il popolo italiano è fatto di bella gente, bravi e buoni, sempre disposti a dividere un pasto. Evidentemente l’apologia è stata gradita oltre oceano, così come il cinema è riuscito a comporla. Non è ravvisabile però in questi film un atteggiamento eroico, o un antifascismo militante, è presente solo l’idea che è proprio la guerra e l’odio che agli italiani non garba affatto. Non c’è motivo di spendere tante energie, la vita è fatta di piaceri, e in Italia bisogna mangiarci su, e se manca quello manca tutto. L’originalità è tutta nella musica e nel ritmo del racconto, che si compone libero di raccontare una verità e un sentimento che probabilmente moltissimi italiani condivisero e che ancora rappresenta il nostro atteggiamento verso un passato poco glorioso.

Per quanto riguarda Bertolucci e Tornatore io li accomunerei per contrappasso, perché uno ha la mente aperta e radici fragili, ha scelto di essere italiano e non raccontarlo, mentre Tornatore è una tela dipinta, gira un film come Nuovo Cinema Paradiso, il cui solo titolo avrebbe ottenuto l’oscar, è pingue di immagini e atmosfere da cartolina, in una Sicilia sperduta e romantica. Uno dei momenti più alti del film è la favola sconclusionata del vecchio, in cui il principe rinuncia all’amore della sua bella dopo novantanove giorni di patimenti, all’alba del coronamento del suo sogno, e perché? Chissà, forse per dispetto, perché il suo gesto l’ha compiuto e forte della sua virtù può mandare a quel paese la donna che lo ha messo alla prova. Un’azione illogica, ma così fa l’uomo d’onore, quasi a riaffermare che essere mediterranei è uno stile e a volte anche un fardello.

È un modus operandi differente da quel capolavoro di Elio Petri che decide invece di essere cinema siciliano, senza raccontarselo, e quasi mi sento in imbarazzo nel raccontare cosa è Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, il più impegnativo e sublime giallo poliziesco della scuola italiana. Complesso e magistrale, il film tocca i massimi sistemi di un dilemma quale il potere, che seduce e corrompe, incarnato nel volto di Giammaria Volontè. La questione Italiana nel film è posta in un livello intellettuale profondissimo, c’è una trama psicologica che ci riporta alle riflessioni di Nietzsche e Sartre, diventa filosofia applicata e etica contestualizzata in Sicilia, cosa può l’uomo? E come un potere superiore può rendere schiavi e sottrarre l’arbitrio, negando la possibilità di giudicare se stessi. Il film è superiore ad American Psycho, Match Point per intensità e rappresenta il picco nel suo genere, da cui probabilmente nasce un canone.

Il nostro Sorrentino non deve aver fatto tanta fatica a farsi due conti, e dopo aver tastato il territorio in America, un film ammiccatamente felliniano con un design patinato e decadente, è riuscito a ingraziarsi i giudici d’oltre oceano riuscendo ad ottenere il principe dei premi cinematografici e a stabilirsi nel firmamento degli autori più osannati dal pubblico di tutto il mondo. Ma la “Grande bellezza” è semplicemente il risultato del dosaggio di ingredienti giusti atti ad ottenere un premio, secondo precise leggi chimiche?

La visione del La Grande Bellezza è un’esperienza estetica travolgente, la cura nella scelta delle ambientazioni investe lo spettatore con immagini di grandezza e sacralità, l’occhio è costantemente stimolato dalla ricerca dei dettagli nei costumi, nella fisionomia dei personaggi, la composizione dei quadri è ossessivamente alla ricerca della perfezione. Nell’incipit i movimenti di macchina vorticosi ci costringono a seguire uno sguardo che divora frettolosamente le mura di un giardino romano, e che prestano ascolto a un soave canto religioso. Subito dopo siamo catapultai su un terrazzo su cui impazza una festa. Il lusso e lo sfarzo ospitano però un circo di personaggi volgari, ricchi, in non poche occasioni grotteschi, il disegno puntuale di un ambiente italiano ai più sconosciuto, che rappresenta l’élite. È il compleanno di Jep Gambardella, e mentre il ritmo della musica si fa serrato, all’apice del divertimento, con un elegante espediente cinematografico, vediamo tutto interrompersi, è la noia, il protagonista nel bel mezzo della sua festa, in quell’aria di euforia chimica, si sta annoiando. Il ballo latino americano fa in modo che gli invitati formino due file di persone, al centro c’è Jep, che guarda in camera, è il momento culminante della scena, ma il discorso che fa quasi non ha significato. Scandisce parole scialbe, che niente lasciano allo spettatore. Ce ne renderemo conto dopo che quello che abbiamo di fronte è un personaggio dotato di un’enorme sensibilità, che percepisce l’inconsistenza del mondo di cui si è circondato, ma è anche consapevole di essere l’incarnazione di quel mondo. Specchio di una società che fa tendenza in Italia, e che in fin dei conti è ciò che traina la cultura nel nostro paese, La Grande Bellezza non si tira indietro, e parla con onestà di una realtà italiana che ha molte responsabilità. La bellezza oggi non ha più niente a che vedere con l’impegno e con la verità, è stato un pensiero simile a convincere il protagonista che vale la pena parlare solo del nulla. C’è anche l’ammissione di un’inadeguatezza rispetto all’impegno civile e politico, o almeno intellettuale, ma viene spontaneo chiedersi se non si tratti di pigrizia e inettitudine più che d’impotenza. Così si trascorrono serate nell’oblio e nel piacere, per dimenticare di essere. C’è in ogni caso il tratteggio di un’umanità delusa, dove la religione è una puerile immaginazione, piena di pace e di luce, Jep Gambardella decide di intraprendere un viaggio, ma spera sempre che lo status quo non cambi. Un dialogo di grande forza e impatto riesce in  qualche modo a esprimere sinteticamente il pensiero del protagonista. Durante una delle numerose cene in terrazzo la conversazione con l’amica Stefania diventa molto pesante, perché il tentativo di lei, di descriversi come donna affermata, politicamente attiva, madre e lavoratrice, viene stroncato con taglienti parole. Jep le ricorda come la realtà dei fatti sia diversa dall’interpretazione che le si da, e che di argomenti seri non è più possibile parlare, proprio perché hanno fallito prima come esseri umani e poi come intellettuali.

Tutti i personaggi del racconto non hanno credibilità, ciascuno si venduto e sputtanato al denaro, alle donne o all’apparire stesso. Forse anche il cinema è giunto a questa deriva, i grandi temi che hanno aperto la strada dell’Italia verso il tappeto rosso non sono più percorribile. Ci resta il vuoto dietro la bellezza. Il vuoto di un’Italia pomposa e ottusa, i cui elogi, dall’architettura alla serenissima religione sono diventati delle facciate, dei palliativi che nascondono vanesia, inettitudine, stanchezza.

Matilde Trifari

 

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