Bates Motel

Ci sono delle volte in cui si inizia a guardare una serie tv senza pretese e aspettative. È questo il caso. Non potevo/volevo aspettarmi nulla da una serie che richiama così esplicitamente uno dei capolavori indiscussi come Psycho di Alfred Hitchcock. Bates Motel è un titolo che potrebbe sembrare azzardato se non si “rispetta” il pubblico: i personaggi di Psycho sono entrati nella memoria collettiva contemporanea grazie a differenti elementi, a partire dalla magistrale (come di consueto) regia alla possente colonna sonora di Bernard Hermann, alla famosissima scena della doccia che viene continuamente ricordata da parodie e cartoni animati. Spesso non ci si rende conto della potenza visiva di questo film o di quanto esso permei tuttora l’immaginario collettivo, tanto che di esempi di echi e richiami ne potremmo elencare infiniti. Uno dei motivi della fortuna del film (oltre alla fama del regista) dipese dalla promozione, prima e dopo l’uscita nelle sale nel 1960, tanto che la Universal, che aveva acquisito i diritti di distribuzione del film tratto dal romanzo di Robert Block liberamente ispirato alla vera storia di Ed Gein, tanto che la Universal ne fece due sequel per il cinema e uno per la tv tentando di far rientrare il film nel processo di serialità, o meglio in ciò che Henry Jenkins chiama transmedia storytelling. Il film di Hitchcock rientra così nel flusso mediatico e non dovrebbe quindi stupirci se nel marzo 2013 la A&E trasmette la serie Bates Motel prodotta dalla Universal e ideata da Carlton Cuse, Kerry Ehrin e Anthony Cipriano che vede Freddie Highmore nei panni di un giovane Norman Bates e Vera Farminga in quelli della famosa Norma. In realtà la Universal aveva già considerato nel 1987 la possibilità di una serie o spin-off legati alle vicende del Motel di cui resta un film per la tv che era stato concepito originariamente come puntata pilota per la serie che non venne mai prodotta. Il film diretto da Richard Rothsein porta l’omonimo titolo della serie che stiamo andando a studiare. Possiamo ben comprendere, dunque ciò che Thompson afferma quando sostiene che: “gli adattamenti tra cinema e televisione sono più intriganti, e non solo perché i due media condividono così tante tecniche. I trasferimenti di materiale narrativo sono parte di un più ampio pattern che include i sequel, i serial, gli spin-off e le saghe – altre tendenze che si sono moltiplicate nei decenni recenti. La circolazione di storie tra i media riflette, direi, un cambiamento importante nella nostra concezione della narrazione stessa, e in particolari modo un allentamento della nozione di chiusura e dell’opera di finzione autosufficiente. Questo mutamento è stato generato, in gran parte, dalla televisione” (Thompson:78). Il caso di Bates Motel diviene interessante e intrigante non solo per i motivi citati da Thompson, ma anche perché la serie ci propone un prequel ambientato nei nostri giorni di quella che non è mai stata considerata una saga in quanto i film successivi al Psycho di Hitchcock non ebbero mai successo. Sicuramente resta il fatto che “è evidente, allora, che le tendenze verso gli adattamenti delle storie fra media, i sequel e la serialità sono tutti parte di una generale ridefinizione ed estensione della narrazione stessa. In particolare, la nozione di chiusura stabile e definitiva di qualsiasi narrazione data si è allentata attraverso i media. La televisione delle serie, con la sua capacità di far girare indefinitamente le storie, ha dato un impulso fondamentale a queste tendenze. Esse, assieme alle innovazioni dei plot multipli e intrecciati […] mi sembrano alcune delle aree più intriganti in cui un analista può esplorare la specificità estetica della televisione seriale” (Thompson:106,107). Per questo motivo utilizzeremo ora Bates Motel come terreno privilegiato per uno studio sulla serialità e sui punti di contatto e le trasgressioni che rendono la serie un oggetto di studio interessante.

Un universo che nasconde la realtà.

Come il Norman di Psycho nasconde un “lato oscuro” dietro le buone maniere e l’educazione, tutto in Bates Motel cela una “verità nascosta”. A partire dalla cittadina. White Pine Bay, nell’Oregon, non è di certo una città tranquilla dove ognuno fa il suo lavoro e le assemblee cittadine si occupano solo dei libri che i ragazzi leggono nelle scuole. Dietro la facciata “bianca” si cela un traffico di marijuana, uno scontro tra capi mafiosi e un giro di prostituzione così come la famiglia Bates composta da Norman, Norma e Dylan (primo figlio di Norma che si re-inserisce in un secondo momento). La famiglia Bates non è solo una famiglia che sta cercando di ricominciare tutto dopo il lutto di Sam Bates. E Norma (Vera Farminga) non è la classica vedova che piange la morte del marito (che si scoprirà essere un uomo veramente violento), bensì è una madre amorevole e possessiva che ha un rapporto eccentrico tanto con il figlio quanto con il suo stesso passato. Come nella città emergono in superficie le problematiche relative alla produzione di stupefacenti (visivamente caratterizzate dalla presenza del fuoco), man mano che si sviluppa la narrazione, ossessioni e fantasmi ritornano a tormentare i personaggi principali. La narrazione – nelle due serie attualmente andate in onda – sembra regolata nei minimi dettagli : la prima stagione gioca maggiormente con i “semi” che si trasformano in supposizioni nella mente dello spettatore, che utilizza questi elementi messi in primo piano, al fine di ricostruire una sorta di flash-forward per far coincideree il Norman di Freddie Highmore con quello di Perkins. La seconda stagione gioca più con gli elementi della prima e con il ritorno del rimosso (ad esempio il fratello di Norma e i segreti che vengono svelati). Norma aveva letteralmente rimosso/nascosto tutto ciò che concerneva la sua vita pre-Norman, cercando di concentrarsi esclusivamente sul presente-futuro prossimo, ma, quando ha un incontro privato con lo psicanalista di Norman, il suo passato riemerge, sconvolgendola e portandola a confessare tutto al figlio. Gli sceneggiatori usano qui un classico cliffhanger tra la prima stagione (1×10) e la seconda (2×02), ma anche all’interno della seconda stagione stessa (episodi 2×02 e 2×03). La funzione narrativa di questo evento/rivelazione è molteplice: Caleb è il rimosso/fantasma di Norma, la “minaccia” per Norman e un padre (idealizzato ma che poi scopriamo reale) per Dylan. Il personaggio consente così lo sviluppo dei rapporti della famiglia Bates, ma anche l’approfondimento dei personaggi principali e dimostra altresì la grande capacità degli sceneggiatori di usare i colpi di scena e i cliffhanger. Anche la morte di Sam ritorna più volte, finché non si scopre esattamente cosa sia successo: Norman ha ucciso il padre in uno dei suoi momenti, forse il primo, di trance. Come già detto, infatti, niente è ciò che sembra nella città. Anche per quanto concerne le allucinazioni-blackout di Norman: se la costruzione drammatica e formale dell’incontro tra Norman e la ragazza asiatica della prima stagione ci portano sempre a pensare che tutto possa essere frutto delle fantasie perverse del ragazzo, lo spettatore comprende subito il carattere di realtà dell’incontro. Le allucinazioni di Norman hanno come protagonista esclusivo e totalizzante la figura di Norma, non c’è spazio nella sua mente per nessun altro. Quando vediamo l’espressione dei desideri e degli impulsi di Norman ci confrontiamo con uno stato di coscienza in cui si sviluppano le fantasie; al contrario, quando Norma entra in scena nell’universo fantasmatico del figlio, ciò a cui assistiamo è allo scontro dei due Es di Norman (o del suo duplice “self”). I blackout del ragazzo si verificano per la prima volta in protezione della madre amata, evidenziando in un certo modo come il processo edipico di Norman non sia mai stato superato. I successivi blackout, a partire da quello che si verifica nel momento in cui Norman si scontra con il fratello di Norma, che l’aveva più volte stuprata quando erano giovani e da cui era stato concepito Dylan, tendono verso uno stato allucinatorio e il mezzo cinematografico consente di renderli ben evidenti. Infatti, Norman nelle sue allucinazioni vede sempre più nitidamente la figura della madre che è onnipresente. Norma è la madre da cui non ci si puó separare perché la separazione sarebbe percepita come abbandono. Per non dover mai tagliare quel filo che lega madre e figlio sin dal cordone ombelicale, Norman introietta la personalità della madre fino a sostituire il suo Es con quello di Norma. Il personaggio della madre diventa così strettamente legato alla sessualità: se il distacco non è accettabile da nessuna delle due parti (Norma e Norman per intenderci) non può che avvenire l’incesto che effettivamente viene portato in scena nell’ultimo episodio della seconda stagione (2×10), evento culminante di una serie di gelosie da parte di entrambi nei confronti dei rispettivi amanti (nel caso di Norma mi riferisco a Zack e George e nel caso di Norman a Bradley prima e Cody poi). Proprio per questo motivo, l’unica donna accettata da Norma nella vita del figlio è Emma che, sebbene provi un’iniziale attrazione per il ragazzo, finisce per avere una relazione con un altro. Non essendo più d’intralcio per l’amore tra Norma e suo figlio, Emma può diventare quindi una sorta di figlia putativa per Norma (le due stringono un forte legame nato dalla condivisa gelosia nei confronti di Norman, ma che si sviluppa grazie ad una serie di sostituzioni – la madre di Emma è morta ad esempio). Norman si ritrova così a dover combattere con una madre che vuole letteralmente possederlo e che egli vuole esclusivamente per sé. Ricordiamo, infatti, come in una scena egli spii la madre mentre si cambia così come aveva precedentemente fatto nei confronti di Miss Watson. Nel primo caso egli non ha nessun istinto omicida, proprio perché si sente legittimato nell’amare la madre, nel secondo finisce per entrare in trance e uccidere la donna dopo aver “visto” Norma che criticava l’atteggiamento seducente dell’insegnante. Questo tipo di rapporto ossessivo tra madre e figlio è una caratteristica del genere horror. Come Catelli afferma, “[…] sono le Madri che l’horror ha reso veramente immortali. Dietro a un grande psicopatico c’è sempre una madre oppressiva. Per liberarsene spesso non è sufficiente neanche ucciderla, ma bisogna continuare a farlo vicariamente, perpetuandone il ricordo, come fa Norman Bates in Psyco. Introiettandone la personalità punitiva, tesa alla repressione della sua sessualità, Norman la consegna all’eternità del male, dandole un carattere omicida che, di fatto, porta alle estreme conseguenze l’implicita negazione della vita che essa gli ha inculcato. Le madri dei maniaci sono sempre figure predominanti, soffocanti, la cui personalità si estrinseca al meglio nel controllo del figlio maschio” (Catelli:72). Infatti, gli avvenimenti più sconvolgenti per Norma avvengono proprio quando il figlio l’abbandona: nella prima stagione, ad esempio, quando Norman si reca ad una festa con Bradley, la madre viene stuprata, oppure nel mentre il ragazzo ha un rapporto sessuale con la ragazza, Norma viene arrestata e così via. Si evince, dunque, come nessun tipo di separazione possa essere ben accetto da parte di Norma, la quale, quando Dylan (Max Thieriot) vuole lasciare il nido, tenta quasi di trovare un “sostituto”, accogliendo Emma tra le sue braccia materne. Il personaggio di Dylan potrebbe essere criticato dai fan del film di Hitchcock poiché il rapporto tra Norma e Norman è esclusivo e totalizzante. Dare a Norma un altro figlio sembrerebbe poterla distrarre da quello che è l’unico legame legittimo. Quando, però, veniamo a sapere che Dylan nasce dal rapporto incestuoso tra Caleb e Norma, questi potrebbe anche essere considerato una sorta di abietto, espressione del dolore, simbolo di quegli anni in cui il fratello violentava Norma. Per questo motivo Norma non riesce ad avere col primogenito lo stesso legame che ha con Norman, unica persona apparentemente normale della sua vita. Inoltre, la sua ossessività e senso di protezione nei confronti del figlio sono portati alle estreme conseguenze da parte di entrambi. Norman coltiva nei confronti della madre sentimenti simili a quelli che lei ha per lui. A partire dal senso di protezione che si trasforma in una irrefrenabile gelosia, i due arrivano a scambiarsi un bacio come a suggellare un patto d’amore eterno. La sessualità di Norman viene letteralmente bloccata attraverso il feticcio: la serie ci mostra come il giovane Norman si avvicini alla tassidermia non solo per coltivare un nuovo macabro hobby, ma anche avvicinandosi, almeno in un primo momento ad una figura paterna, al padre di Emma. La doppia personalità di Norman si sviluppa quindi da una parte attraverso la “tassidermia dell’impulso erotico” e dall’altra attraverso la “punizione-omicidio”. Come in Psycho, non è Norman, però, che uccide, bensì sua madre. Torna nel genere horror ancora una volta una madre castratrice, che protegge e punisce. Il film di Hitchcock aveva tralasciato questo elemento diventato quasi un topos del genere, ma eravamo in tutt’altra epoca. “Gli anni Sessanta si aprono invece, con Psyco, sotto il segno del terrore derivante dalla follia, dalla psicosi individuale. I mostri sono tra noi, hanno apparenze gentili e tranquille, è facilissimo cadere nella loro rete e difficilissimo venirne fuori vivi. Il sesso diventa la componente esplicita, la molla che fa scattare la follia omicida e che arma i numerosi maniaci, non di rado di sesso femminile, che iniziano a popolare gli schermi dei thriller italiani e che si moltiplicheranno nei Settanta” (Catelli:146,147). Sesso, madri e voyeurismo caratterizzano il 1960, anno in cui esce anche un altro film, L’occhio che uccide di Michael Powell. L’apice della perversione e della sessualità viene toccato in Bates Motel nella sottotrama riguardante il rapporto tra Miss Watson e Norman. Sin dalle prime scene, lo spettatore evince uno strano legame tra i due, caratterizzato più volte da una visione allucinatoria da parte del ragazzo che culmina nella scena a casa della professoressa. Mentre questa si sta spogliando Norman vede la madre totalmente contrariata dal comportamento dell’insegnante che lascia la porta aperta mentre si sveste permettendo a Norman di spiarla attraverso uno specchio (raddoppiamento della visione). La sottotrama che si sviluppa quindi dalla prima stagione e dal primo incontro tra i due prosegue fino all’ultima sequenza dell’ultima puntata dell’ultima serie in cui Norman si trova a fare il test con la macchina della verità perché è stato rinvenuto il suo DNA sulla scena del crimine. Norman aveva avuto, infatti, un rapporto sessuale con la professoressa e, sebbene non ricordasse inizialmente nulla circa la sua morte perché avvenuta in un momento di trance, ne rimane ossessionato al punto da conservarne un feticcio: la collana di perle. Attraverso il continuo toccare la collana (e le mani di Norman, più volte in dettaglio nel corso del telefilm, denotano una certa attenzione sulla sensibilità tattile) e il guardare la foto della donna su un ritaglio di giornale, Norman cerca di ricordare cosa fosse successo quella notte. Tuttavia, è l’esperienza traumatica di venir “seppellito vivo” a causa della “guerra tra bande” della droga a permettergli di far riemergere i ricordi quasi fossero un sogno. Quando Norman si reca a fare il test, egli è ben cosciente di cosa sia effettivamente successo, tanto da aver tentato il suicidio per poi essere fermato dalla dichiarazione d’amore della madre. Sembra non esserci via di scampo per lui, ma quando il tecnico forense gli chiede se sia stato lui a uccidere Miss Watson, Norman, in un momento di nuova trance, vede Norma che afferma di essere stata lei ad ucciderla e non lui. Il movimento di macchina che segue quasi disegnando una spirale intorno al ragazzo, spirale tanto cara a Hitchcock (La donna che visse due volte è un esempio di come questo sia un tema centrale per il regista, ma anche Žižek ne aveva ben compreso la portata), ci travolge quasi stessimo cadendo da una torre, come un effetto vertigine o ipnotico. Norman diviene Norma e alzando lo sguardo arriva a guardare in macchina, a guardare noi. Un improvviso stacco e nell’inquadratura successiva vediamo il tecnico forense che afferma che Norman non ha ucciso la professoressa. Tutta la sequenza è un chiaro richiamo alla memoria spettatoriale, a quel meraviglioso momento in cui Perkins nei panni di Norman Bates guarda in macchina e il teschio in sovrimpressione della madre va a coincidere con il suo stesso volto. Hitchcock, per il suo Norman, aveva ripreso anche la storia di Edmund Kemper, il serial killer ossessionato dalla madre, “[…] le continue reprimende della madre, il tono stentoreo della usa voce lo ossessionavano. Lo stesso dev’esser successo a Norman, che non solo ne conserva il corpo, ma ne riproduce la voce cha introiettato nella sua personalità. […] Il momento più agghiacciante resta quello in cui Norman, in cella, ha ormai manifestato la personalità della madre. […] Dopo questi autentici capolavori il cinema degli anni Sessanta non fece spesso ricorso alla figura del maniaco omicida per spaventare o far riflettere lo spettatore.. Solo i B-movies realizzati per il doppio spettacolo dei drive-in pullulano letteralmente di maniaci, psicopatici e stupratori, usati per dare un facile brivido alle coppie che frequentano il luogo” (Catelli:125,126). Nel 2012 torna quindi il maniaco, il serial killer ossessionato dalle donne, come già era successo nel ‘91 con Il silenzio degli innocenti di Demme. In fondo questi personaggi sembrano affascinare sempre gli spettatori, ma ciò che rende Bates Motel una serie realmente interessante è l’uso magistrale compiuto dagli sceneggiatori che sviluppano più trame e azioni contemporaneamente senza smettere mai di giocare con la memoria dello spettatore. 

Siamo partiti dal discorso sui media e sull’adattamento. Mi sembra che questa serie dimostri bene che “è evidente, allora, che le tendenze verso gli adattamenti delle storie fra media, i sequel e la serialità sono tutti parte di una generale ridefinizione ed estensione della narrazione stessa. In particolare, la nozione di chiusura stabile e definitiva di qualsiasi narrazione data si è allentata attraverso i media. La televisione delle serie, con la sua capacità di far girare indefinitamente le storie, ha dato un impulso fondamentale a queste tendenze. Esse, assieme alle innovazioni dei plot multipli e intrecciati discusse nell’ultimo capitolo, mi sembrano alcune delle aree più intriganti in cui un analista può esplorare la specificità estetica della televisione seriale” (Thompson:106,107).

Gabriela Primicerio

© Riproduzione Riservata

{gallery}ImmaginiArticoli/SerieTv/BatesMotel{/gallery}

Per approfondimento.

Per quanto concerne la colonna sonora di Psycho, spesso ritroviamo lo stesso riff in film di tutt’altro genere per suggestionare lo spettatore attraverso la memoria della sensazione – feeling – provata durante la visione di Psycho, pensiamo ad esempio a Pee-wee’s Big Adventure di Tim Burton del 1985. Sono inoltre numerose le citazioni della scena della doccia nei cartoni animati, pensiamo ai Simpson ad esempio che più volte utilizzano il film come “icona” riprendendo i caratteri estetici della casa – Homer Loves Flanders Bart the Fink – oppure al rapporto tra Skinner e sua madre attraverso la costruzione architettonica dell’interno di casa Skinner.

Si veda anche

D. Catelli, Ciak si trema, Theoria,  Roma-Napoli, 1996.

S. Žižek, Hitchcock: è possibile girare un remake di un film?, Mimesis, Milano-Udine, 2011.

K. Thompson, Storytelling. Forme del racconto tra cinema e televisione, Rubettino, Soveria Manelli, 2012.

Gabriela Primicerio

Laureata alla Sapienza in Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche, ha conseguito il diploma di Master in Gestione della produzione cinematografica e televisiva presso la Luiss. Costantemente in cerca di nuove sfide professionali.