American Horror Story: ASYLUM

L’ospedale psichiatrico Briarcliff è il luogo d’azione dell’ex SS il dottor Arthur Arden. Attraverso i suoi empi esperimenti si è tentata un’analisi del personaggio in relazione al contesto e alla sua interazione con i rappresentanti della religione e della scienza all’interno del manicomio, inserendo le vicende dei pazienti e dei loro aguzzini nel contesto sociale degli anni Sessanta in America.

 

“Il diavolo non vive all’inferno signor Walker. Vive proprio qui nella circonvoluzione frontale, nei lobi occipitali. Dentro quei bellissimi cervelli si nasconde il segreto per capire l’oscurità della psiche umana.” 

                                                                                Dr. Arthur Arden

 

Erving Goffman nel libro sulle “istituzioni totali” Asylums, identifica nelle carceri e negli istituti psichiatrici i luoghi corrispondenti all’idea- tipo di internato, in cui dei gruppi di persone vengono coattamente esclusi dalla società e sottoposti a rieducazione; compie le sue osservazioni proprio in un ospedale psichiatrico nel 1955 venendo a conoscenza di “malati” e di meccanismi di controllo disparati. La seconda stagione di American Horror Story prende proprio il nome di Asylum e usa come luogo d’azione Briarcliff, un ex ospedale per malati di tubercolosi divenuto manicomio gestito da un ordine di suore, comandate da suor Jude, negli anni Sessanta. Briarcliff diventa il calderone dove bollono, sotto l’occhio vigile di una cristianità corrotta, tutte le angosce e le paure dell’uomo americano, che diventano i temi portanti del genere horror a  partire proprio dagli anni Cinquanta e Sessanta: l’ansia ad esempio per l’ingegneria genetica o l’uguaglianza auspicata dal comunismo che sfocia nel conformismo, gli esperimenti di eugenetica nazista, la paura per le armi nucleari, la guerra batteriologica, il razzismo, l’idea che lo spazio potesse essere abitato da altre forme di vita, etc.

Asylum ha una narrazione che si svolge su diversi piani temporali intrecciando orizzontalmente e verticalmente le singole storie dei personaggi che abitano i corridoi del manicomio. Volendo rappresentare le grandi paure degli occidentali, i produttori  Murphy e Falchuk portano sullo schermo, intrecciandola con tutti i temi sopracitati, probabilmente la paura più grande del secolo scorso, quella del nazismo e della deportazione ebrea. Dedicano infatti allo smascheramento del medico ex membro delle SS,  il Dr. Arthur Arden (James Cromwell) le due puntate centrali raccontando un personaggio spietato, in lotta con il potere religioso del manicomio a causa della sua battaglia in onore dell’eugenetica nazista. Si intreccia quindi un rapporto di conflitto tra i tre poteri forti che governano Briarcliff che culmina in una sorta di lotta al potere tra la medicina, la psichiatria e la religione verso la “normalizzazione” e il controllo delle menti dei pazienti. Il cinema è sempre stato incline a trattare il tema della convinzione genetica della razza ariana e la deportazione ebrea che ne conseguì, evitando di creare empatia con le figure dei nazisti, con la paura di spettacolarizzare il trauma ebraico cercando di non mostrare le azioni compiute nei campi di concentramento ma solo evocandole, soprattutto nel caso di esperimenti scientifici compiuti sui corpi dei deportati. America Horror Story: Asylum per via della sua natura horror porta sullo schermo la condizione perfetta, quella del manicomio, per raccontare più esplicitamente di quegli esperimenti, tentando a volte di aprire una breccia per la redenzione dell’aguzzino, ma il tentativo di salvezza della sua anima quasi volutamente fallisce, lasciandolo libero di operare a Briarcliff come se si trovasse in un campo di concentramento.

Fin dalla prima puntata è evidente la sua smania di onnipotenza, nonostante non sia ancora chiaro che si tratti di ex membro delle SS, la prima volta che lo vediamo sullo schermo è intento a elogiare un suo risultato scientifico ottenuto tempestando di radiazioni una pianta. Harden è la rappresentazione perfetta del nazista superuomo che tende perennemente al raggiungimento dello status di Creatore; la scena dell’accanimento genetico sulla pianta è un’ottima presentazione del personaggio che cerca di dare nuova vita ad una specie rendendola “superiore”. Quando nelle due puntate centrali della stagione dedicate ad una paziente rinchiusa in manicomio perché convinta di essere Anna Frank, il gioco di potere di Harden viene facilmente smascherato, le sue crudeltà trovano spiegazione nella sua natura nazista e giunge una specie di spiegazione e nello stesso di condanna al suo comportamento; la paziente nonostante non sia mai stata ad Auschwitz riconosce nel medico uno degli aguzzini del campo di concentramento perché ritratto in una foto con Hitler. Conseguentemente alle paure della Guerra Fredda sviluppa una teoria, secondo la quale in nome del progresso può dar vita a una selezione di uomini in grado governare il mondo sopravvivendo al disastro nucleare Russo. Prendendo in esame le teorie sulla “tanatopolitica” esposte da Esposito in BiosBiopolitica e filosofia, si può ripensare a Briarcliff come una sorta di stato-corpo in cui Harden in qualità di ex nazista opera con l’obiettivo espellere i parassiti nocivi per la società. Proprio negli anni del nazismo infatti si concepì il programma di eliminazione dal corpo della Germania, dei segni di una vita degenerata, nel quale confluirono tutte le conoscenze mediche e scientifiche naziste finalizzate all’autoconservazione di un individuo superiore in cui il suo stato ultimo è la malattia autoimmune, ottenuta instillando nei corpi un batterio mortale (un altro degli esempi di superiorità razziale può essere il caso dell’attuazione del programma Aktion T4 che prevedeva la soppressione, tramite eutanasia di persone affette da malattie genetiche inguaribili o con gravi malformazioni fisiche in quanto vite indegne di essere vissute). Nel manicomio, il dr. Harden, attua quindi lo stesso paradigma del controllo capillare della razza riprendendo l’esempio di quella società che voleva un mondo immune da contaminazioni accanendosi su quei corpi che non sono altro che “esempi del fallimento evolutivo” a cui sente il dovere di dover riparare, iniettando nei degenerati sociali il batterio della tubercolosi. Crea  però, con le sue iniezioni e operazioni inumane dei veri e propri mostri privi di arti o altre parti del corpo e completamente deformati. 

L’ossessione per l’eugenetica spinge verso un’strema curiosità il dottore portandolo a volersi confrontare con la sfida più grande per la scienza degli anni Sessanta, quella della probabile esistenza di una razza aliena che opera con strumenti scientifico- tecnologici più all’avanguardia. L’ingresso a Briarcliff del giovane Kit Walker (Evan Peters), un ragazzo ingiustamente accusato di omicidio, è l’ennesimo spunto per i suoi esperimenti; Kit è infatti la prova vivente dell’esistenza degli alieni poiché da questi è stato rapito e nelle mani di Harden diventa una cavia per studiare i loro comportamenti (scopre infatti all’interno del collo del ragazzo uno strumento tecnologico avanzato).  La tecnologia aliena si rivela essere il gradino più alto verso la creazione dell’uomo perfetto, Harden, nonostante la sua incredulità, derivata dalla forte convinzione di essere il più alto “creatore” esistente, tenta un avvicinamento con gli alieni per apprenderne i segreti scientifici. La constatazione dell’esistenza di altre forme di vita lo destabilizza in quanto si scopre infinitamente piccolo davanti alla loro grandezza. Paradossalmente chi lo mette in guardia dalla sua sbagliata convinzione di superiorità è uno di quegli “esseri indegni di vivere”, Pepper una paziente microcefala che reincarna esattamente il famoso Schlitzie protagonista dell’horror degli anni Trenta Freaks. Come simbolo di tutti i disadattati e i malati di Briarcliff, anche lei assurge alla condizione di essere superiore, ponendosi tra la malvagità di Harden e una nuova vita che sta per nascere grazie all’intervento degli alieni, proprio li a Briarcliff (il figlio di Kit e di una paziente), rimproverandolo di essere sempre stato in errore riguardo coloro che reputa inferiori, perché invece proprio quegli esseri “impuri” come lei sono stati scelti dalla razza aliena per preservare la specie umana.

La voglia costante di voler creare una nuova specie, quasi sostituendosi a Dio lo porta ad un rapporto estremamente combattuto con la religione. Due suore in particolare  sono la sua nemesi religiosa, Suor Jude (Jessica Lange) e Suor Mary Eunice (Lily Rabe). La prima ha preso i voti per redimersi da un passato estremamente peccaminoso, è in costante lotta con Harden per il mantenimento del potere a Briarcliff, mentre la seconda è l’innocenza e la purezza fatta donna. Suor Jude convinta sostenitrice del suo potere nel manicomio si trova spesso in lotta con il carattere forte di Harden anche se insieme operano sui pazienti con metodi scellerati convinti entrambi di poter controllare le loro menti. L’unica salvezza per la sua anima il dottore la intravede in Mary Eunice, la sua purezza potrebbe salvarlo dal passato e solo quando le è accanto riesce a mostrarsi più umano. E’ in continua lotta con se stesso per quanto riguarda i suoi desideri nei confronti della dolce suora; da un lato cerca infatti di tentarla verso il male, le offre ad esempio una mela caramellata per portarla a peccare di gola, dall’altro invece punta all’obiettivo di sentirsi rifiutato per il male offerto. Le sue inclinazioni alla perfezione corporale si riversano nella ricerca di una perfezione spirituale che tenta di ricreare (sperimentando ancora su un corpo umano) costringendo delle prostitute a fingersi suore innocenti. Quando di Mary Eunice si impossessa il diavolo, l’ultimo barlume di speranza per Harden scompare definitivamente; la convinzione di una redenzione futura crolla e sfoga la sua rabbia in una splendida scena in cui con un rossetto, segno secondo lui della corruzione e dell’emancipazione femminile, tinge labbra,  guance e seno della statua della Madonna che troneggia nell’atrio e insultandola la spinge a terra rompendola.

Il gesto liberatorio lo porta verso un vortice ancora più effimero di esperimenti e abusi, sicuro ormai di aver perso l’unica cosa buona che gli fosse capitata. Si unisce nel definitivo controllo di Briarcliff al diavolo nel corpo di Mary Eunice, sbaragliando completamente Jude, traendola in inganno e facendole credere di volersi unire a lei nella lotta contro il male che corrompe il corpo e la mente della giovane suora. La donna viene rinchiusa a sua volta a Briarcliff e sottoposta a quelle stesse cure infernali che aveva progettato con Harden, il quale si compiace di applicarle su di lei. Le tecniche di guarigione operate dal nazista ricordano alcune tra le più feroci torture imposte ai deportati nei campi di concentramento; tra queste due delle più aberranti sono l’elletroshock (utilizzato sempre sotto il controllo maniacale di suor Jude in precedenza) e la lobotomia. Quest’ultima viene applicata alla donna che si credeva essere Anna Frank in una scena in cui non viene per nulla celata l’operazione, ma si vedono gli strumenti chirurgici all’opera e si sente il rumore del bisturi che sotto i colpi del martello incide i lobi celebrali. Tutte le pratiche mediche di questo genere vengono  sempre mostrate nel loro accanito svolgimento, portate a compimento da lui, sottolineando il suo essere sadico e nel caso di Jude, si serve dell’impossessata Mary Eunice per friggerle il cervello.

L’altra figura che si contrappone alle sue pratiche aberranti è quella del dottor Oliver Thredson (Zachary Quinto) un giovane psichiatra convinto sostenitore delle cure comportamentali e non corporali verso i malati mentali, auspicate da Freud e riscoperte proprio in quegli anni. L’approccio di Thredson è in forte contrasto con quello di Harden ed entrano infatti in conflitto quando si tratta di dover “curare” dei casi particolari, come quello di Anna Frank, di Kit rapito dagli alieni e accusato di aver ucciso e “spellato” delle donne, tanto da valergli il soprannome di Bloody Face o ancora il caso di Lana Winters (Sarah Paulson) rinchiusa perché omosessuale, poiché li cura con lunghe sedute psicoanalitiche.

     Una delle scene stilisticamente più riuscite è quella in cui confluisce tutto l’orrore di Briarcliff nella figura di una Jude irriconoscibile, privata della sua intelligenza e dei ricordi ormai bruciati: nella sala comune sostituiscono il giradischi infernale che suonava sempre la stessa canzone portatrice di false speranze, Dominique scritta proprio nel 1963 da una suora suicidatasi perché omosessuale, con un juke box. L’unica nota positiva in quel manicomio per Jude è ascoltare la musica che proviene proprio da quella macchina che aveva vietato di installare quando dirigeva Briarcliff. Persa anche la sua identità inizia a ballare sulle note di The name game di Shirley Ellis per poter ricordare tutti i nomi dei pazienti che aveva torturato in precedenza. La scena si rivela essere il momento più malinconicamente allegro di tutta la stagione, quello che porta fuori dalla realtà del manicomio, in cui tutti i pazienti tornano liberi, la sala comune diventa una pista da ballo e la star è Jude che torna a cantare (prima di diventare suora era una cantante) in un vestito pastello. E’ una scena che li colloca fuori dal tempo e che esula completamente dal contesto horror di Asylum, tornano i colori accesi degli anni Sessanta, la musica e tende verso un’alienazione usata con lo scopo di sdrammatizzare ma nello stesso tempo accentuare il perverso del manicomio che distrugge per un attimo il perturbante tipico del cinema horror, stravolgendo completamente le sue regole.

Sembra che si alternino all’interno del manicomio figure salvifiche a quelle invece dall’animo corrotto ed è interessante notare come tutti personaggi che si scontrano con il dottore o dai quali è attratto, finiscono per rivelarsi a lui molto simili ed estremamente “malati”. Mary Eunice è il diavolo in persona, lo psichiatra è l’omicida affetto dal complesso edipico Bloody Face, il prete proprietario del manicomio Monsignor Timothy  Howard (Joseph Fiennes) ha l’unico scopo di diventare Papa, come se tutti all’interno del manicomio, quasi escludendo i pazienti, fossero destinati a degenerare e precipitare nel vortice della corruzione spirituale con Harden.

 

La spinta che lo unisce per motivi diversi a tutti questi personaggi potrebbe derivare dalla forte attrazione nei confronti del male che li governa e nei quali ha la latente tendenza a identificarsi. Il rapporto travagliato con la religione lo conduce in fine a tentare un ultimo ricongiungimento o forse il primo incontro con una pace interiore che trova solo ponendo fine alla sua vita insieme alla cremazione del corpo tornato puro poiché esorcizzato, di Mary Eunice e ponendosi su di lei, compie con il corpo innocente della suora un passo verso la liberazione delle sue sofferenze.

 

Elisabetta Matarazzo

 

© Riproduzione Riservata

 

Per approfondimenti

R. Esposito, Bios. Biopolitica e filosofia, Biblioteca Einaudi, 2004

S. Prawer, I figli del dottor Caligari. Il film come racconto del terrore, Editori Riuniti, 1994

E. Goffman, Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza, Piccola biblioteca Einaudi, 2010

Elisabetta Matarazzo

Elisabetta Matarazzo, classe 1988. Laureata nel 2011 in "Letteratura Musica e Spettacolo" e nel 2013 in "Spettacolo teatrale, cinematografico, digitale: teorie e tecniche", presso l'università di Roma la Sapienza.